Vetrine spente in centro storico La protesta dei commercianti

Un black out a metà. Moltissimi i commercianti che hanno aderito all’iniziativa di protesta “Al buio per vederci più chiaro”, appendendo i cartelli gialli fuori dalla vetrina. Molti meno però quelli che hanno effettivamente spento le luci dopo le 19.30. Ma se l’effetto doveva essere quello di una città morente, in qualche zona l’obiettivo è stato raggiunto: in vicolo Barberia quasi tutti hanno lasciato al buio le vetrine all’orario di chiusura, anche in Calmaggiore, tra Cappelletto e Intimissimi, lo scenario non era diversa. Certamente però non è stato raggiunto il numero annunciato di 200 negozi spenti. Quello dei commercianti è un grido di allarme, dopo l’ordinanza antismog della giunta Manildo che avrebbe inciso negativamente sugli incassi. Ma quello che emerge chiaramente parlando con i negozianti, è che la protesta va ben oltre un’ordinanza: denuncia una situazione che è andata aggravandosi negli anni. «Qui siamo ancora più penalizzati che altrove», spiega Luciana Ghedina, del negozio Durance, in vicolo Trevisi, «Nonostante sia uno degli scorci più caratteristici della città e la scorciatoia per andare da piazza dei Signori alla pescheria, passa poca gente. Il presupposto è che i trevigiani sono un po’ pigri, pretendono di arrivare con la macchina davanti alla porta del negozio. Quindi, rendendo difficile raggiungere il centro in auto, lo uccidi». Ma i commercianti il momento in cui il centro è stato colpito duramente ce l’hanno ben presente: «Il danno è stato fatto quando hanno portato fuori dalla città tutti gli uffici. A ciò si aggiunga il fatto», prosegue Luciana Ghedina, «che i parcheggi sono troppi cari, quasi il triplo di Conegliano, e gli autobus sono insufficienti. Non sono contraria alla pedonalizzazione, ma si può fare solo riuscendo a portare la gente in città. Non abbiamo nemmeno i posti per le biciclette, li hanno tolti proprio a due passi da qui». Autobus e parcheggi, sono questi i leit motiv dei negozianti della città, che devono vedersela con la concorrenza dei centri commerciali. Dove il parcheggio c’è ed è gratis. «Treviso si sta svuotando sempre di più», aggiunge Lucia Volanti di Disegual, «e chiuderlo alle auto come si è fatto con l’ordinanza antismog, o peggio come si vuole fare con la pedonalizzazione, è impensabile. Dopo aver trasferito tutti gli uffici all’Appiani sarebbe una mazzata. Si può fare solo se sei in grado di portare la gente in città in altro modo. Per esempio perché in certe fasce orarie non rendono gratuito il trasporto pubblico, o i parcheggi? Sarebbe un’idea per invogliare la gente a venire in città».
Non solo ponte Malvasia soffre: anche quello che era per antonomasia il vicolo dello shopping non sta meglio. In Barberia hanno chiuso in molti, e il turn over sembra bloccato. «La situazione è difficile, basta guardare questa strada per rendersene conto. Ormai», sostiene Arianna Barbirato, del negozio “Via delle Rose”, «si punta a sopravvivere. Io abito fuori città, e se non dovessi lavorare non avrei alcun motivo per venire in città. È triste, ma questa è la realtà. Non c’è nulla, e se prendo l’autobus con i miei due bambini, solo per arrivare e tornare a casa dovrei spendere quasi 10 euro. C’è tutto da fare per questa città, prima di chiuderla alle auto».
Sulla stessa lunghezza d’onda Susanna Ferraro di Box 3, in via Lombardi: «Emanare un’ordinanza così magari non incide subito sugli incassi di tutti, perché chi ha una clientela fissa ne risente meno. Ma comporta meno gente in città, quindi anche meno shopping. La pedonalizzazione è inutile se non ci sono i pedoni». In via XX settembre e in corso del Popolo non hanno spento le luci in molti, quasi tutti invece in via Cadorna. Oggi e domani si replica. Antonio Bottegal di Treviso Sos, che con Rivivere ha organizzato l’iniziativa: «È stato un successo a prescindere».
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