L’ideatore della Tiramisù World Cup: «È l’identità della città»
Francesco Redi, ideatore e organizzatore dell’evento a Treviso all’indomani della chiusura di una decima edizione da pienone: «Quando abbiamo proposto di realizzare la prima edizione mi guardavano come fossi un pazzo»

«Se oggi tiramisù è finalmente sinonimo di Treviso è grazie a un faticoso percorso identitario che abbiamo iniziato dieci anni fa e che ora può e deve fare un salto di qualità ulteriore». C’è orgoglio ma anche molta progettualità nelle parole di Francesco Redi, ideatore e organizzatore della TWC all’indomani della chiusura di una decima edizione da pienone.
Parla al plurale, ma l’idea è sua. Come mai?
«Perché io ci ho creduto, certo, me lo sono inventato, ma se questo progetto ha funzionato così bene è perché attorno si è costruito un team di lavoro fondamentale».
Verrebbe da dire una impresa, visti i numeri che muove.
«Anche sì».
E tutto partendo da un dolce che a Treviso era, di fatto, uso comune?
«Il nodo di tutto sta proprio qui. Quando abbiamo proposto di realizzare la prima edizione mi guardavano come fossi un pazzo e mi domandavano: “Ma perché?”. Nessuno ci credeva».
Voi l’avete resa un evento.
«No, è diverso. Siamo riusciti a fare del tiramisù una identità della città. Il tiramisù è sempre stato nella pelle di Treviso; qui è nato, qui si è diffuso diventando di fatto una ovvietà, mi passi il termine, a cui nessuno ha dato più peso. Dieci anni fa, quando abbiamo iniziato, il tiramisù era nel patrimonio culinario delle famiglie, non in quello della città. Con la Tiramisù World Cup abbiamo lavorato proprio su questo: riportare il dolce a un ruolo di primo piano, non uso il termine identitario a caso».
Più delle bollicine? Delle acque? Degli affreschi?
«Ci sono tante città che possono essere “città del vino”, così come altre possono condividere diverse qualificazioni come urbs picta, che vale per Padova quanto per Treviso. Ma solo Treviso oggi, dopo dieci anni di lavoro, è riconosciuta come la “Città del tiramisù”.
Il ritorno?
«Grandissimo. Oggi c’è che viene a visitare Treviso perché qui è nato il tiramisù. Dieci anni fa lo faceva perché era bella e vicina a Venezia. Oggi sui social parli di tiramisù, e parli del dolce di Treviso, non di altre località. L’effetto è stato anche visivo: in città, quanti locali oggi espongono cartelli sottolineando che nell’offerta c’è il tiramisù? Ed è un bene».
Non si rischia la banalizzazione turistica?
«Non credo, perché la gente si informa, soprattutto in fatto di cucina. E poi chi propone il tiramisù ma non è in grado di offrirlo buono, si squalifica da solo».
Mai pensato a un marchio di qualità?
«Il discorso è più complesso».
Beh, facciamolo.
«Il tiramisù si è diffuso così capillarmente nel passato perché di fatto è un dolce casalingo, c’era la ricetta “originale” diciamo così, ma poi in casa ognuno lo faceva con quel che aveva: savoiardi o biscotti qualunque, mascarpone o no. E via così. Oggi pensare a un disciplinare del tiramisù è impossibile, anche perché si sono moltiplicate le variabili».
In che senso?
«Pensi al caffè. Un tempo c’era il caffè, oggi ci sono tantissime variabili, e per ciascuna si può immaginare un tiramisù diverso. Un disciplinare sul modello del vino è impossibile e forse anche controproducente».
Favorevole alle ricette creative?
«Io amo il tiramisù originalissimo. Quando la Tiramisù World Cup ha aperto alle interpretazioni mi hanno accusato di voler stravolgere il dolce, ma è stata una scommessa che abbiamo vinto. Perché non poteva essere altrimenti, come la pizza».
In che senso?
«Pasta, pomodoro, e poi mozzarella. Ma oggi si mangia o non si mangia anche la pizza con la pasta di farro? O di kamut? E non è pizza? Certo che lo è. Solo che quella originale è sempre la prima. Oggi non si può non tenere conto di questi mutamenti; il consumo di zucchero è calato di un terzo... Il tiramisù di oggi non è già più il dolce di un tempo».
Sì all’interpretazione?
«Sì all’interpretazione, no allo stravolgimento».
Allora torniamo al punto di partenza: come si tutela “il marchio”?
«Dopo dieci anni di Tiramisù World Cup e di lavoro per creare il rapporto stretto tra la città e il suo dolce, credo sarebbe bello, oltre che opportuno, creare una fondazione, un ente, una formula istituzionale che lavori per consolidare e promuovere questo binomio».
Con quali compiti?
«Non quelli di andare locale per locale a vedere come viene fatto il tiramisù, ma di promuovere iniziative culturali che parlino del dolce e della città, eventi, percorsi di degustazione o formazione, partecipare alle fiere internazionali».
È il progetto per il futuro?
«Credo che non si possa più rinviare».
Il rischio?
«Continuare a considerare gli ultimi tre giorni di eventi a Treviso come una fiera annuale, ignorando quanto sono cresciuti e possono portare al territorio».
Parla di turismo?
«Ovviamente sì, grazie anche all’impegno della Dmo Marca Trevigiana questo fine settimana gli alberghi erano tutti pieni, anche a Conegliano. Ma non è solo una questione turistica. Il tiramisù è un’opportunità per le imprese».
Il prossimo anno vorreste allargarvi?
«Dovremmo, non ci stiamo più... ma non vogliamo occupare la città (non abbiamo tolto un parcheggio), né che la coppa diventi occasione per offrire tiramisù qualunque in ogni angolo della città. Vorremmo allargare il perimetro dell’evento coinvolgendo altre realtà, ma ognuna con la sua specificità, facendo in modo che il tiramisù sia un volano che muove diversi ambiti o locali. Quest’anno avevamo le “case” della coppa, che ospitavano eventi collaterali: si è parlato di pasta da “Etto”, c’era il Prosecco con la musica brasiliana al “Tocai”. Questa è la linea. Anche perché il tiramisù è una delizia, ma mica ci si può nutrire con quello per tre giorni (ride, ndr)».
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