Raccontare una città attraverso le vecchie insegne: nasce il progetto Treviso Affair
Il viaggio di Doris Dozzo e Valeria Moschet svela Treviso anche grazie alle sue botteghe: «Una città che riconosce la propria memoria è anche una città che sa dove andare»

C’è un modo diverso di attraversare Treviso. Basta rallentare il passo e, soprattutto, alzare gli occhi. Sopra le vetrine, oltre le insegne luminose di oggi, resistono ancora lettere scolorite, nomi di botteghe che non esistono più, tracce di una città che continua a raccontarsi a chi ha la pazienza di osservarla.
Il progetto
È da questa intuizione che nasce il progetto editoriale di Treviso Affair. Un progetto digitale ideato da Doris Dozzo e Valeria Moschet, dedicato alla storia e alla cultura della città. Un itinerario fatto di insegne storiche che diventano il filo per ricostruire la memoria urbana e raccontare come Treviso sia cambiata nel corso dei decenni.
«L’idea è nata da una curiosità quasi infantile» raccontano, «quella di alzare gli occhi mentre tutti li tengono bassi, sul telefono o sulla fretta di arrivare». Camminando per il centro hanno scoperto un racconto silenzioso, scritto sopra porte che spesso non si aprono più: insegne consumate dal tempo, ma ancora capaci di custodire identità, mestieri e tradizioni.
L’anima di una città
Non è soltanto un viaggio nella nostalgia. Quelle scritte ricordano una città in cui ogni bottega aveva un nome, un volto e una specializzazione. C’era il negozio del pane, quello delle stoffe, dei guanti o dei tessuti, delle scarpe. L’insegna era la firma di un mestiere, il simbolo di una relazione quotidiana con il quartiere.

«Oggi – spiegano le due ideatrici – quel patrimonio rischia di passare inosservato, inghiottito dalla velocità della vita contemporanea e dall’omologazione commerciale». Il progetto ha trovato subito una risposta sorprendente. Molti trevigiani hanno iniziato a fermarsi davanti a insegne che vedevano ogni giorno senza più notarle.
«La frase che leggiamo più spesso è: “Non ci avevo mai fatto caso”». E subito dopo arrivano i ricordi: il nome di un nonno, un acquisto fatto da bambini, il profumo di un negozio ormai scomparso.
La partecipazione
È il segno che quelle insegne non sono semplici elementi architettonici, ma piccoli archivi di memoria collettiva. Anche per questo il progetto è diventato partecipato. Sono gli stessi cittadini a inviare fotografie, segnalazioni e racconti.
C’è chi immortala un’insegna durante una passeggiata, chi recupera vecchie immagini di famiglia, chi condivide un ricordo personale. «In un certo senso è Treviso stessa che si sta raccontando, e noi siamo soltanto lo strumento che raccoglie la sua voce».
L’itinerario, per ora, si concentra soprattutto all’interno delle mura cittadine, dove il numero di insegne storiche è maggiore, ma lo sguardo delle autrici è già rivolto anche ai quartieri e alle periferie, convinte che la memoria della città non si esaurisca nel centro storico.
Oltre i social
L’obiettivo è anche quello di andare oltre i social. La mappa delle insegne, oggi disponibile su richiesta attraverso il profilo Instagram di Treviso Affair, potrebbe un giorno trasformarsi in una pubblicazione o in uno strumento da portare con sé durante una passeggiata, perché “una memoria così viva merita una casa più stabile”.
C’è poi un altro aspetto che emerge dal progetto: la tutela di questo patrimonio. Se alcune insegne potranno continuare a vivere grazie alle attività ancora aperte, molte altre rischiano di andare perdute insieme agli edifici o alle ristrutturazioni.
Appello a Ca’ Sugana
«Noi ci auguriamo» spiegano Doris e Valeria «che il Comune possa farsene custode, recuperandole e conservandole come testimonianze della storia cittadina, seguendo l’esempio della recente salvaguardia dell’insegna dell’Oca Bianca». La loro riflessione si allarga infine alla Treviso di oggi.
«È una città – osservano – che sembra camminare sempre con lo sguardo rivolto altrove, compressa dalla fretta e dai ritmi del presente. La grande distribuzione ha progressivamente sostituito quella rete di botteghe che costituiva il tessuto quotidiano della città. Treviso avrebbe bisogno di ritrovare il passo della bottega, il tempo del saluto e della sosta. Perché una città che riconosce la propria memoria è anche una città che sa dove andare».
Forse è proprio questo il messaggio più prezioso del progetto: le insegne non raccontano soltanto ciò che Treviso è stata. Aiutano a capire ciò che potrebbe ancora scegliere di essere.
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