Trapianti di organi, quel silenzio divisivo tra chi dona e chi riceve
Aido Treviso organizza una giornata d’incontro simbolica senza contatto diretto. Il presidente Tronchin: «Spazio di condivisione e gratitudine libero dal vincolo di riconoscenza»

Una vita perduta e restituita tra i petali. Un omaggio floreale che, simbolicamente, passa dalle mani di chi dona e quelle di chi riceve. La legge italiana non ammette un contatto diretto tra due parti coinvolte nel trapianto di organi, ma le associazioni escogitano compromessi per proporre dei momenti d’incontro alternativi.
Aido Treviso organizza la Giornata del dono: riceventi e familiari dei donatori, pur senza essere direttamente collegati, si incontrano, si conoscono e si riconoscono. Un abbraccio tra chi ha accolto e accompagnato la scelta e chi ne ha beneficiato.
«L’anonimato consente di muoversi con una purezza che libera il gesto da qualsiasi aspettativa. È un atto interamente rivolto all’altro», osserva il presidente di Aido Treviso Angelino Tronchin, «in questo spazio d’incontro annuale vogliamo offrire la possibilità di condividere esperienze ed esprimere gratitudine senza un vincolo di riconoscenza».

Il dibattito non si esaurisce
Sebbene la legge 91 del primo aprile 1991 non ammetta deroghe, in Italia il dibattito sul se e come modificarla non si esaurisce. A riaccenderlo, nove anni fa, è stato Marco Galbiati, dopo aver perso il figlio quindicenne Riccardo. Da allora non ha mai smesso di cercare le persone che hanno ricevuto reni, fegato, cornee del figlio, nella speranza di poterle incontrare. I suoi appelli sono confluiti in una petizione su Change.org per chiedere una valutazione sull’opportunità di consentire un contatto tra donatori e riceventi.
Tra i sostenitori più convinti della proposta c’è Reginald Green, il padre di Nicholas ucciso a cinque anni durante una sparatoria seguita a un tentativo di sequestro e furto dell’auto su cui viaggiava con la famiglia lungo l’autostrada Salerno–Reggio Calabria nel settembre 1994.
I genitori autorizzarono l’espianto degli organi del figlio, trapiantati in sette pazienti italiani. Alla morte di Nicholas, l’Italia occupava uno degli ultimi posti nelle classifiche sulla donazione di organi. Oggi, invece, è tra i paesi più generosi al mondo.
Il cosiddetto “effetto Nicholas” l’ha spinto ai vertici. Un impulso che, da allora, non si è più fermato. Nel 2018 sull’anonimato si è espresso anche il Comitato nazionale di bioetica per suggerire una «soluzione intermedia»: la possibilità di una sospensione nelle fasi successive al trapianto, a condizione che entrambe le parti siano d’accordo e che il contatto avvenga attraverso una struttura terza. Ma la legge, ad oggi, non è cambiata.
La posizione di Aido
Nel 2024, su un totale di 296.425 dichiarazioni di volontà registrate da Aido Treviso, 216.362 persone hanno espresso il proprio consenso alla donazione — pari al 73 per cento. Tra loro non mancano le richieste di poter stabilire un contatto con l’altra parte coinvolta.
«L’anonimato è un principio da salvaguardare», ribadisce Tronchin senza mezzi termini. «È una tutela per tutti: un filtro protettivo per evitare che i rapporti divengano complessi da gestire. Chi riceve un organo spesso sviluppa un sentimento profondo di gratitudine e riconoscenza verso la famiglia del donatore. A questo, non di rado, si accompagna anche un senso di colpa», conclude, «la presenza o l’interferenza dei familiari del donatore potrebbe rendere ancora più delicato e complesso questo percorso di integrazione». —
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