Studentessa stuprata in via Dandolo, "Mi diceva: io ti ammazzo"

Mi ha minacciata di morte in spagnolo, credo. Non lo conoscevo, non l’avevo mai visto prima. Era lucido nella sua brutalità, non sembrava alterato da droga o alcol. Era alto, robusto, la pelle olivastra. Sono rimasta a terra, non ho visto da che parte è scappato.
Sono i frammenti dell’incubo. Ore di racconto, ore di sofferenza. A ripescare immagini che la sua mente vorrebbe spedire nel pozzo più profondo della memoria. La ragazza vittima della violenza sessuale dietro la stazione ha raccontato tutto alla polizia. Per filo e per segno, «rimanendo con noi per ore», dicono gli investigatori. Ha descritto quegli attimi, che per lei sono sembrati un vuoto su un inferno immobile. Ha descritto viso, tratti somatici, corporatura del mostro. Dettagli fondamentali, che hanno messo in mano alla polizia un identikit preciso. Le telecamere di sicurezza hanno fatto il resto: la caccia all’uomo è aperta.
Lucida, sebbene sconvolta dal dolore. «Un carattere fortissimo», secondo gli agenti della questura.
Carattere forte. Fondamentale, dicono gli investigatori, il carattere di ferro della studentessa. Solo ventun anni, ma tanta capacità di reagire a un dramma del quale non si vedono i confini. I genitori le sono stati vicini, l’hanno sorretta in questo momento terrificante. Anche loro hanno parlato con gli investigatori. Ieri mattina la ragazza ha fornito gli ultimi elementi per l’identikit del mostro. «Abbiamo lasciato che passasse una notte a casa, che cercasse di pensarci con calma, con meno angoscia rispetto le prime ore», ha detto ieri mattina il dirigente della squadra mobile, Roberto della Rocca. La violenza è stata consumata lunedì mattina alle sette, il teatro degli orrori è a due passi dall’imbocco del sottopasso della stazione, accesso da via Dandolo. Nel suo racconto, la giovane ha rivissuto quegli attimi. Pause, lacrime, dolore che torna. Come una tortura, purtroppo necessaria. «Spesso la mente, in casi del genere, vuole solo cancellare - dicono gli investigatori - ma lei è stata forte, eccezionale». La violenza è durata quasi un quarto d’ora. A pochi metri, i passanti ignari pensavano al treno da prendere, alla giornata di lavoro. Il racconto è durato ore, dilatato dalla sofferenza.
Le minacce. Le ha puntato un coltello alla gola, l’ha minacciata di morte in spagnolo: stai zitta o ti ammazzo. Il coltellaccio era già abbastanza eloquente, quelle frasi però servono agli investigatori: l’ipotesi è che l’aggressore sia sudamericano. Sul collo della ragazza sono rimasti i segni della lama, un’escoriazione. Il ginocchio sanguinante, abraso durante la bestiale violenza. Per terra, le tracce di sangue.
Il volto. Lei ha avuto la forza di guardarlo in faccia, vincendo l’istinto di chiudere gli occhi, il suo ultimo e forse unico modo di proteggersi. Alla polizia ha descritto quei frammenti: la pelle, la forma degli occhi, il naso. L’odore del mostro non lo ha potuto descrivere, ma resterà ogni notte nei suoi incubi. L’identikit - oltre il suo c’è anche quello fornito dagli altri testimoni, tre in particolare - ha permesso di scremare le immagini delle videocamere di sorveglianza, dando un volto al mostro. Due fotogrammi lo inchiodano: uno in particolare, immortalato dall’impianto del Comune prima e dopo la violenza.
La notte. La ragazza ha passato la notte a casa, dopo una giornata passata tra medici per le cure, psicologi per il sostegno, poliziotti per il racconto e per formalizzare la denuncia. Aveva bisogno di un raggio di tranquillità dopo tanto buio. Aveva bisogno dell’abbraccio della sua famiglia, di iniziare a girare una pagina pesante come il piombo.
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