Spresiano, Fassa rimane senza yacht. I giudici: no al dissequestro
Respinto il ricorso dell’imprenditore che riteneva illegittimo il provvedimento.
L’imbarcazione da 33 milioni secondo l’accusa fu comprata con autoriciclaggio

SPRESIANO. Ho guadagnato 42 milioni e mezzo di euro in una dozzina d’anni, quella barca da 32,8 milioni me la potevo permettere. E poi non ha senso il sequestro di uno yacht acquistato nel 2005 per un’ipotesi di reato che risale al 2016. È stato questo il doppio binario lungo il quale Paolo Fassa, notissimo imprenditore trevigiano dei prodotti per l’edilizia, ha tentato di riottenere il suo mega-yacht di lusso da 52 metri, il “Blanca”, sequestrato dalla Guardia di finanza a gennaio del 2021 nell’ambito di un’indagine che vede Fassa accusato di autoriciclaggio e di evasione fiscale. Non ha funzionato: la Cassazione ha respinto il ricorso di Fassa, confermando il sequestro disposto dal tribunale di Milano e confermato poi dal riesame.
Le accuse
Un giro di false fatturazioni, finti noleggi e prestazioni pubblicitarie orchestrato per pagare e mantenere un maxi yacht attraverso una rete di società straniere e conti correnti offshore da Malta alla Svizzera per finire al Regno Unito. Tutto dragando soldi dalla Fassa Bortolo. È questa l’accusa mossa un anno fa dalla Procura di Milano ai danni di Paolo Fassa, patron della storica società di lavorazioni inerti di Spresiano, e della figlia Manuela, dirigente della stessa. Accusa che un anno fa ha portato al sequestro della imbarcazione e di 1, 5 milioni sui conti personali degli imprenditori. Fassa si è sempre detto innocente ed estraneo ai fatti, di più, ha sostenuto di essere stato proprio lui a denunciare alcune irregolarità nei documenti relativi al natante di lusso. Una battaglia legale che prosegue tuttora, anche con il tentativo – fallito – da parte dell’imprenditore ottantenne di riottenere la propria imbarcazione.
Il ricorso e la sentenza
Come detto, Fassa ha contestato il sequestro lavorando su due cardini. Oltre alla distanza temporale tra acquisto della barca e ipotetico reato, c’è il fatto che lui quello yacht poteva permetterselo, a prescindere dai presunti giri illeciti di denaro tramite l’autoriciclaggio ipotizzato dalla Procura: tra il 2004 e il 2016 Fassa ha messo nero su bianco di aver percepito redditi per almeno 42,5 milioni di euro, oltre a interessi e investimenti vari, essendo a capo di un gruppo leader in Italia e tra i più affermati a livello internazionale e che, negli anni in oggetto, avrebbe maturato utili distribuibili per 274 milioni di euro, pari a 17 milioni annui solo per lui», scrivono i giudici. Per gli stessi giudici, «la confiscabilità non è esclusa dal fatto che i beni siano stati acquisiti in data anteriore o successiva al reato per cui si è proceduto, o che il loro valore superi il provento di tale reato». Inoltre, «dalle indagini risulta che i flussi finanziari che avevano consentito l’acquisto (con leasing) provenivano da Svizzera, Malta, Irlanda e Croazia, mentre i redditi leciti dell’indagato non risultavano esser mai stati trasferiti in questi Paesi». Redditi che «ammontavano mediamente a circa 600 mila euro annui, insufficienti a coprire non solo l’acquisto della barca (23 milioni pagati tra 2005 e 2018), ma anche il mantenimento dello stesso bene, nell’ordine di altre centinaia di migliaia di euro annui». Insomma, sequestro legittimo, secondo i giudici della Cassazione: sul “Blanca” di Fassa, battente la bandiera “red ensign” del Regno Unito, rimangono i sigilli.
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