Le barchette sulla Restera e il mistero dell’artista senza nome
Piccole imbarcazioni artigianali compaiono da qualche tempo lungo il percorso del Sile, senza firma né spiegazioni. I passanti le cercano, le fotografano e sui social si interrogano sull’identità dell’autore. Poi è apparso anche un faro, aggiungendo un nuovo capitolo al mistero

Marcovaldo aveva un dono: si accorgeva delle piccole cose. Il personaggio creato da Italo Calvino in “Marcovaldo ovvero Le stagioni in città” attraversava luoghi conosciuti lasciandosi sorprendere da ciò che agli altri sfuggiva. Bastava un piccolo segno fuori dall’ordinario perché il paesaggio di tutti i giorni diventasse improvvisamente qualcosa da esplorare. Da qualche tempo sulla Restera sta accadendo qualcosa di simile. Chi cammina ha cominciato a guardare un po’ più in là, tra l’erba, vicino all’acqua, alla biforcazione con il Sil Morto, persino sopra un palo. Perché lungo il percorso stanno comparendo delle piccole barche.
Il mistero
Non c’è una firma, né un messaggio. C’è soltanto la mano di qualcuno che le costruisce e poi le lascia lì, affidandole alla curiosità di chi passa. A poco a poco quelle barchette hanno smesso di essere soltanto curiose creazioni artigianali e sono diventate una sorta di indizio. Soprattutto hanno prodotto un effetto forse inatteso: chi percorre la Restera ha cominciato a osservare con maggiore attenzione. C’è chi le cerca, chi le fotografa, chi segnala una nuova apparizione. Quando poi le immagini sono arrivate sui social, il piccolo mistero è uscito dal sentiero e ha cominciato a vivere anche attraverso i commenti delle persone.

L’artista poeta
Nessuno conosce l’identità dell’autore, ma in molti hanno iniziato a immaginarlo. «È il Banksy della Restera», scrive Erminia, giocando sull’anonimato che accompagna il celebre artista. Poi trova forse una definizione ancora più adatta, chiamandolo «artista-poeta» e augurandogli successo perché, nel frattempo, «rallegra i passanti».
A Pala bastano poche parole: «Benedette queste mani e grazie per questi capolavori». Simona prova invece quasi a dare un volto all’anonimo artigiano. Se lo immagina come un nonno, forse solo, magari con i nipoti lontani, che costruisce barchette e poi le lascia nei luoghi dove la gente va a camminare. È soltanto un’immagine, naturalmente, perché di chi realizza quelle piccole imbarcazioni non sappiamo nulla.
In assenza di un nome e di un volto, ciascuno immagina l’autore attraverso ciò che lascia: per qualcuno è un artista, per altri un poeta, per altri ancora semplicemente una persona che ha deciso di regalare un po’ di bellezza agli sconosciuti.

Il faro e la trama
Proprio quando sembrava che il gioco avesse trovato le proprie regole — una nuova barchetta da scoprire, fotografare e condividere — tra i commenti sui social è comparsa un’altra immagine. Questa volta non era una barca. Era un faro. A quel punto è diventato difficile impedire alla fantasia di prendere il largo. Perché un faro sembra quasi la naturale prosecuzione della storia, come se quelle barche disseminate lungo la Restera avessero finalmente trovato una luce verso cui dirigersi. È opera della stessa mano? Non lo sappiamo.
Potrebbe esserlo, ma potrebbe essere accaduto qualcosa di ancora più curioso: forse qualcun altro ha raccolto il gioco dell’anonimo artigiano e ha deciso di aggiungere un proprio capitolo. Se così fosse, la storia sarebbe diventata davvero collettiva. Qualcuno costruisce, qualcun altro scopre, fotografa e condivide. I social rilanciano, le persone commentano, immaginano e ringraziano. E alla passeggiata successiva gli occhi tornano inevitabilmente a cercare.
Guardare e vedere
È qui che torna alla mente Marcovaldo. Non perché queste barchette debbano necessariamente diventare letteratura, ma perché ci ricordano qualcosa di molto semplice: guardare e vedere non sono sempre la stessa cosa. Si può percorrere cento volte lo stesso sentiero e alla centunesima scoprire qualcosa di nuovo, magari perché prima non c’era o, più semplicemente, perché non ci eravamo mai presi il tempo di osservarlo davvero. Il misterioso artigiano, forse senza volerlo, ha fatto proprio questo.
Non ha messo un cartello, non ha firmato le sue opere e non ha chiesto attenzione.
Ha semplicemente lasciato qualcosa da trovare.
E così un tratto della Restera è diventato anche una piccola caccia al tesoro, senza mappa e senza regole. Rimane una domanda: chi è? Forse prima o poi lo scopriremo. Oppure no. A lui, però, un messaggio possiamo farlo arrivare. È lo stesso che, in modi diversi, attraversa molti dei commenti lasciati dalle persone: non fermarti. Continua a costruire, a lasciare piccoli segni, continua a darci un motivo per spostare lo sguardo un po’ più in là. Noi continueremo a cercare. Del resto, adesso le barche hanno anche un faro. Resta da scoprire dove le porterà.
Riproduzione riservata © Tribuna di Treviso








