La recruiter della Gen Z: «Ascolto ed elasticità, ecco cosa cercano i giovani sul posto di lavoro»

 

Entro il 2030, gli under 30 costituiranno un terzo della forza lavoro globale. L’analisi di Giorgia Bortolin, 25 anni, dell’agenzia Maw di Montebelluna. «I ragazzi hanno tanta voglia di fare, troppi pregiudizi dagli imprenditori degli anni Sessanta»

 

Fabio Poloni
Giorgia Bortolin, 25 anni, recruiter dell’agenzia per il lavoro Maw
Giorgia Bortolin, 25 anni, recruiter dell’agenzia per il lavoro Maw

Si dice che a far più paura sia ciò che non si conosce. I giovani, oggi, un po’ di paura alle aziende la fanno. Paura fatta anche di luoghi comuni. Il primo: non hanno voglia di lavorare. «Si tende a fare di tutta l’erba un fascio. Chi non ha voglia di lavorare c’è tra i ventenni come tra i cinquantenni, ma a colpire sono solo i primi. Va fatto un percorso culturale sui datori di lavoro, e lo strumento è il dialogo con i giovani».

Giorgia Bortolin, 25 anni, recruiter dell’agenzia per il lavoro Maw, ha l’età dei ragazzi che accompagna verso un’occupazione. È da questa prima linea che racconta cosa cercano gli under in un datore di lavoro e viceversa, e come il ruolo dell’agenzia per il lavoro stia cambiando, da intermediazione a consulenza strategica.

Entro il 2030, la Generazione Z costituirà un terzo della forza lavoro globale. Attirarla e trattenerla è oggi la sfida principale per le imprese. Secondo lo European workforce study 2025 di Great place to work, il 40% dei dipendenti italiani intende cambiare lavoro entro l’anno, con la Gen Z in testa per propensione alla mobilità. La permanenza media dei giovani nei primi cinque anni di carriera è scesa a 1,1 anni, quattro volte meno rispetto ai baby boomer. «La quantità di giovani che oggi cercano lavoro è elevata, quello che vedo io è che i ragazzi cercano aziende in cui è possibile fare percorsi di crescita professionale e hanno aspettative di stabilità».

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Stabilità sembra un termine però in contrasto con i numeri bassi sugli anni di permanenza in azienda.

«I ragazzi da un lavoro si aspettano di imparare qualcosa e di gettare le basi per avere una stabilità di tipo economico. Se un giovane entra in azienda, fa mansioni ripetitive e non impara, cerca altrove. I giovani danno molta attenzione anche al benessere aziendale: spesso si entra, ma poi si va via se non si è soddisfatti. Non parlo solo di welfare, ma anche di ascolto, di capacità di venire incontro alle esigenze».

Per esempio?

«Orari troppo fissi che non permettono di conciliare lavoro con altre attività, magari lo sport. E per le figure femminili, che in futuro vogliono creare una famiglia, le aziende sono rigide e un po’ impaurite dalla prospettiva di maternità».

Il giudizio tranchant è che i giovani non hanno voglia di lavorare.

«Si tende a fare di tutta l’erba un fascio. Nella mentalità dei miei nonni, degli imprenditori anni Sessanta, certe richieste vengono lette come mancanza di voglia di lavorare».

Come si smussano queste spigolosità?

«Non è semplice. La nostra è anche una forma di consulenza. Io stessa, che ho 25 anni, posso rispecchiare lo stereotipo sui giovani. Ci sono aziende aperte all’ascolto, ma non tutte. Spesso l’ostacolo è far provare la persona: anche una settimana può bastare per sgomberare i luoghi comuni. Ma è difficile: basta uno su tre che non va bene, e si torna a “i giovani non hanno voglia di lavorare”. Tanti ragazzi che cercano lavoro qui oggi sono stranieri, e anche sotto questo punto di vista in alcune aziende c’è una mentalità da svecchiare, poco aperta. Mi è capitato di inserire un ragazzo, nato qui da famiglia straniera, e dopo due settimane si è dimesso perché i colleghi facevano commenti poco carini. E non è l’unico».

In generale, questi problemi come si risolvono?

«In primis va creata la cultura, parlando con le aziende, dando banalmente voce ai ragazzi, dicendo cosa si aspettano e svecchiando la mentalità degli imprenditori. C’è molto da fare su questo. Cambiare modo di pensare è la cosa più difficile. E poi c’è un intervento da fare dall’alto, sui contratti nazionali: non credo bastino gli incentivi, ci sono già esoneri per i giovani che arrivano anche al cento per cento dei contributi: l’azienda risparmia, ma io sempre 1.200 euro prendo, non bastano. C’è un problema a monte sulle retribuzioni, e tanto lavoro da fare su questo fronte».

Il profilo medio che viene da voi per cercare lavoro?

«Il ragazzo medio non ha neanche terminato gli studi. Ci sono due fette: chi è diplomato e ha scelto un percorso di studi che non gli interessa applicare – e questo per me dipende dal fatto che in terza media non hai gli strumenti per scegliere – e ragazzi che invece magari vogliono proseguire il percorso, e vanno anche all’università, ma su mansioni talmente specifiche che le richieste sono basse. E tanti non hanno la macchina, anche questo è un problema, uno scoglio. Tanti se non completano gli studi hanno l’etichetta “non ha voglia di fare”, magari invece ha un’ottima manualità e preferisce lavorare che studiare».

Siete anche un osservatorio sulla cosiddetta fuga di cervelli, forse.

«Mi ci sono ritrovata io, ho lavorato per due stagioni in Germania, ho cercato proprio un’esperienza all’estero, avendo studiato turismo. Lo stipendio che mi hanno dato lì, qui non lo avrei mai trovato. Studiare all’università è un investimento, all’estero hanno inserimenti più agevolati e stipendi più alti, l’ho notato e vissuto in prima persona: il tema economico esiste. Mi trovo a trattare assunzioni con un lordo da 1.500 euro mensili, oggi non si può vivere a queste cifre. O stage retribuiti a 500 euro: se voglio comprarmi una macchina per essere flessibile, in queste condizioni è difficilissimo. Non per colpa delle aziende, è questione di contratti nazionali».

Il quadro quindi è molto grigio.

«Ma ci sono anche tante soddisfazioni, giovani che si trovano bene, ci ringraziano, e lo fanno anche le aziende: “Questo ragazzo è fantastico, ne voglio altri dieci!”, mi ha detto un imprenditore. E li tengono a lungo, con ruoli e responsabilità crescenti.

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