Quattromila sardine in piazza Borsa Treviso si scopre un po’ meno leghista

TREVISO. Le Sardine nuotano, pardon ballano, e il loro branco riempie piazza Borsa, anche Corso del Popolo e via Toniolo. Illuminano la piazza con le torce dei cellulari, sulle note di John Lennon, ballano, si abbracciano fra vicini, improvvisano trenini.. Non saranno i seimila come volevano alla viglia e come “grida” il loro striscione che alla fine avvolge l’atrio della Camera di Commercio, ma invadono piazza Borsa, e il colpo d’occhio fa impressione. E segna una novità assoluta nella vita sociale e politica cittadina, perché piazza Borsa non si riempiva dall’elezione di Manildo (2013), con un fortissimo impatto giovanile in uno dei feudi della Lega.
Ieri saranno stati più di 3 mila, forse 4 mila – in gran parte giovani, ma con adeguato contorno di “sardoni” anagraficamente meno leggeri – consapevoli di essere la voce di «un Veneto diverso da quello che è stato raccontato fino ad oggi».
«Siamo una piazza bellissima, di tutte le età, che vuole lavorare insieme, perché ognuno di noi ha proposte e idee» insiste al microfono Francesco Sanson, coneglianese, 22 anni, studente di informatica al Bo, che con Francesca Dalla Libera, 17 anni, studentessa vittoriese dell’Artistico, ha lanciato la manifestazione in Rete: «Una piazza che costruisce e non odia, che rispetta e accoglie, che include».
La lettura del manifesto delle sardine di Bologna, le pioniere d’Italia («Cari populisti, la festa è finita...»,) precede quella dei diversi articoli della Costituzione, a cominciare dal primo (e applauditissimi i passaggi sui diritti degli stranieri).
Nessuna bandiera di partito o di sindacati, casomai vessilli multicolori della pace. E piovono selfie e video, incessanti, gli acronimi (Solidarietà Accoglienza, Rispetto, Democrazia, Integrazione, Nonviolenza, Antifascismo). I cartelloni: «Zaia in saor», «Non avete fermato il vento, gli avete fatto perdere tempo», «Non abbocchiamo», mentre la sardine decorano anche la statua di Del Monaco. E gli strali alla Lega sui manifesti («Mancano 49 milioni, chi li ha presi?»), gli slogan: «Treviso, Treviso non si Lega» e «Treviso antifascista». Ma nessun riferimento dal microfono, né al Carroccio né ai suoi leader. Immancabile «Bella ciao», intonata in coro spontaneamente prima che tutto cominciasse. E l’inno di Mameli.
«È partito tutto a Bologna, poi c’è stata Modena, ora c’è anche il Veneto», dice Sanson , scatenando l’ovazione, «ci siamo conosciuti virtualmente su Facebook, ma adesso siamo in piazza, a vederci e a conoscerci, nonché a lavorare insieme, questo è il giusto uso dei social, perché dalla Rete siamo diventati piazza». Qualche chiarimento sugli intenti: «Siamo contro ogni cultura dell’odio dell’insulto, della rabbia, siamo aperti, perché ci si salva e si va avanti tutti insieme, senza lasciare indietro nessuno (boato ndr.), siamo per il rispetto, per la democrazia, per la Costituzione, per la solidarietà, per l’antirazzismo e l’antifascismo (altro boato ndr.)».
Poi un passaggio storico preciso: «Treviso una città medaglia d’oro per la guerra di Liberazione, ne siamo orgogliosi e portiamo alti i valori della Resistenza, i valori dei nostri nonni e dei nostri genitori».
Esplicito il richiamo alla Carta costituzionale: «Siamo gli anticorpi per la difesa della democrazia e della Costituzione, su questo non faremo mai un passo indietro. E sappiamo bene», aggiunge, «chi in tutti questi anni ha seminato odio e rabbia contro i deboli i diversi. Resisteremo sempre, siamo popolo».
Piace l’esperimento dell’abbraccio con il vicino di “masegno” non conosciuto. E la colonna sonora si dipana fra il De Gregori de “La storia siamo noi” e il De André de “Il pescatore” (involontaria ironia, in terra di sardine...), dai Modena City Ramblers de “ I cento passi” a Lucio Dalla (“Piazza Grande” e “La sera dei miracoli”, referenzialissime), dal sempreverde Battisti a Volare di Modugno. Dal mare al cielo della politica, le Sardine trevigiane sono decollate. —
A.P.
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