Quattrocento alla ricerca di un dottore

Profughi, nuova tipologia di pazienti per i medici di base: nel solo capoluogo sono 400 gli aventi diritto al medico di famiglia, anche se sono ancora ospiti di un centro di prima accoglienza. Nella Marca, ormai, un migliaio. E cresceranno ancora, riempiendo sempre più le sale d’aspetto degli ambulatori. Una rivoluzione sociale che viaggiava sottotraccia, fino a che non è esplosa la polemica di Sant’Antonino: i quattro ambulatori di quartiere, già pieni di mutuati residenti, si sono visti destinare 30 profughi a testa ancora ospiti del centro di accoglienza della caserma Serena, e così le liste d’attesa si sono bloccate. E i residenti hanno protestato. «Nel giro di due giorni dirotteremo i profughi dagli ambulatori di Sant’Antonino ad altri ambulatori della città con posti ancora liberi. Siamo comunque di fronte a un nuovo tipo di pazienti: sui 400 profughi che solo a Treviso hanno diritto al medico di base, noi ne stiamo sistemando i primi 100». Parola di Francesco Benazzi, direttore generale dell’Usl 2, che ieri ha convocato un vertice con i sui dirigenti per risolvere il caso. Una nuova tipologia di mutuati, i profughi dei centri di accoglienza, che sta bloccando le liste d’attesa, rendendo impossibile per i residenti del quartiere senza medico condotto di entrare in uno dei suddetti ambulatori. In questo caso, un dirigente dell’Usl 2 ha destinato un contingente di profughi a Sant’Antonino - a insaputa di Benazzi, che si è infuriato - perché una norma dei regolamenti in materia di profughi dice che bisogna trovare loro i medici di base più vicini al loro centro di accoglienza. In questo caso, appunto, quelli di Sant’Antonino. Ma il suddetto dirigente non si è reso conto - o ne ha sottovalutato gli effetti - del fatto che i medici del quartiere erano appunto già pieni di mutuati. E così è scoppiata la rivolta dei residenti, con la Lega a gridare allo scandalo chiedendo la testa del dirigente e attaccando anche la prefettura. Sandro Zampese ha detto: «Si toglie il diritto agli anziani di essere seguiti da un medico nel loro quartiere». Ma la prefettura ieri ha precisato: «Noi non c’entriamo. La questione riguarda la società che gestisce la Serena e l’Usl 2. Ma ricordiamo che chi ha il permesso di soggiorno in attesa del riconoscimento dello status di profugo, come stabilisce il testo unico sull’immigrazione, ha il diritto di godere del servizio sanitario nazionale». Ossia di avere il medico di famiglia. Non possono bastare i medici in servizio nei centri? «No», precisa Benazzi, «Quelli possono fare solo servizio di ambulatorio, le ricette bianche. Ma per le ricette rosse, per chiedere esami, sono titolati solo i medici di famiglia. Per i profughi è un diritto avere un medico di famiglia, solo che, dopo la segnalazione da parte della società che gestisce la Serena, abbiamo sbagliato a mandarli a Sant’Antonino».
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