Positivi a domicilio, nella Marca trevigiana arriva il protocollo

TREVISO. Quindicimila trevigiani a casa con il virus. Quindicimila positivi a domicilio da monitorare, curare, rassicurare, ricoverare se la situazione peggiora. Ogni medico di base della provincia di Treviso ha, in media, 30 positivi da seguire, non sono pochi quelli che arrivano a cento. Come seguirli tutti? Come sapere di cos’ha bisogno ciascuno di loro? Ci sono medici che rispondono al cellulare 24 ore su 24 e altri molto più difficili da rintracciare. Un protocollo di cura ufficiale non esiste. Pochi giorni fa i medici si sono riuniti in teleconferenza con la Regione su questo tema. L’Usl 2 fa il possibile: lo scorso 28 dicembre ha inviato ai medici di base un «documento sull’utilizzo precoce degli antinfiammatori» che traccia alcune linee guida per il trattamento dei positivi a domicilio, spiegando tuttavia che non esistono studi clinici specifici, e che ogni medico deve decidere «in piena autonomia professionale». E in piena autonomia, ogni medico fa di testa sua: la rosa dei trattamenti anti-Covid, in provincia di Treviso, è quanto mai varia, ma raggiungere tutti è un’impresa quasi impossibile.

Una cura non c’è
«Per mesi siamo rimasti senza informazioni, ora sappiamo qualcosa in più, abbiamo imparato di più sulle embolie e sulle altre possibili conseguenze del virus, ma un protocollo di cura non esiste, perché non esiste al mondo una terapia» spiega Bruno Di Daniel, medico di base a Maserada e segretario Snami. Quindi come cura un paziente positivo a domicilio? «Questa malattia è fatta da varie fasi. C’è la replicazione virale, in alcuni casi la cosiddetta “tempesta di citochine” che in alcuni soggetti genera una reazione infiammatoria molto importante, in altri casi l’embolia polmonare o la microembolia in vari organi. In questo gioca probabilmente la familiarità a queste patologie. Un’arma a disposizione è il Remdesivir, che però si usa in Malattie infettive. Noi medici prescriviamo gli antinfiammatori o il cortisone se c’è difficoltà respiratoria. La terapia è tarata sulla persona: se il paziente ha sintomi blandi diamo l’antinfiammatorio, se la saturazione scende e ha problemi respiratori posso iniziare con il cortisone. Anche con l’antibiotico, perché a volte si può scatenare un’infezione batterica. Un’altra arma importante è l’eparina: se una persona ha già avuto tromboflebiti gliela possiamo dare noi». Si torna al problema di fondo: con una media di 30 positivi a testa, valutare la giusta terapia per ciascuno è una sfida colossale. «Dopo Natale abbiamo avuto una riunione con la Regione che ci ha presentato delle linee guida regionali sulla terapia a domicilio del Covid: danno indicazioni non vincolanti per il medico, perché ovviamente ogni persona ha necessità diverse. Abbiamo chiesto di implementare le linee guida anche con farmaci iniettivi e non solo orali, perché a domicilio abbiamo persone allettate».

Il caso Szumski
Riassumendo: antinfiammatori, antibiotico, cortisone, eparina. «Sì, ma contro il virus tale e quale non c’è nulla che funzioni» sottolinea Riccardo Szumski, medico a Santa Lucia che per i suoi pazienti usa l’idrossiclorochina. Ma non è vietata? Il protocollo Usl non ne parla, era stata bloccata dall’Aifa, poi “riammessa” dal Consiglio di Stato. «Quello che abbiamo è un protocollo indicativo ed è praticamente lo stesso usato a marzo» risponde Szumski, «non è colpa dell’Usl, sono linee guida a livello nazionale. Ma guardate che l’idrossiclorochina non è veleno, è un farmaco che esiste da 70 anni, utilizzato anche per l’artrite, si prende in farmacia». Il protocollo Szumski, quindi? «Io uso aspirina, Aulin e ibuprofene. Poi idrossiclorochina e cortisone, che do abbastanza presto, assieme a un antibiotico». I risultati sul campo, giura Szumski, sono ottimi. Anche per lui la difficoltà è nei numeri: «A marzo avevo quattro o cinque pazienti positivi, adesso sono una ventina». —
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