«Poliziotto per 40 anni, oggi c’è troppa tecnologia»

La Mala del Brenta di Felice Maniero, la stagione dei sequestri di persona, le grandi rapine alle ricche banche della provincia di Treviso. Una vita da guardia sempre a caccia dei ladri. E ieri è stato l’ultimo giorno di servizio per Elio Scarpa , «l’ultimo dei mohicani» (la definizione è sua) della questura di Treviso. E, inevitabilmente, è stata anche l’occasione per fare il bilancio di una lunga carriera, durata 40 anni. «La più grande soddisfazione? La liberazione del piccolo Augusto De Megni senza pagare il riscatto. Riconsegnare un figlio ai genitori è una gioia unica, soprattutto per me che avevo un figlio coetaneo di Augusto. E con lui è rimasto anche un rapporto umano, tanto che ogni anno ci scambiamo gli auguri di Natale».
Lei ha lavorato nella Marca per quasi quarant’anni. Come è cambiata la provincia di Treviso e la criminalità in questo lungo periodo?
«Sono arrivato a Treviso nel 1976, dopo aver iniziato nei “Falchi”, il reparto di polizia giudiziaria di Padova. Qui sono stato per vent’anni alla Squadra Mobile e poi alle Volanti, passando anche per una breve esperienza alla Digos. La differenza maggiore è nei metodi d’indagine. Quando ho iniziato io si lavorava in modo intuitivo, ed era obbligatoria una conoscenza del territorio in cui si lavorava. Oggi invece prevale l’aspetto tecnologico nelle indagini».
Quali sono le inchieste che le hanno dato più soddisfazione e che ancora oggi ricorda?
«Ho vissuto la stagione dei sequestri di persona. Partendo da quello di Marina Rosso Monti da parte della banda di Felice Maniero e di Sergio Mosole, sequestrato da una banda di giostrai, solo per restare a Treviso. Entrambi liberati senza aver pagato il riscatto. Ma l’operazione che ricordo con maggiore gioia è stata quella per il sequestro del piccolo Augusto De Megni, vittima all'età di 10 anni, nel 1990, di un sequestro organizzato dall'Anonima sarda durato 110 giorni. Averlo riconsegnato ai genitori è stata una vera emozione».
Ha indagato anche sulle bande di giostrai che facevano le prime rapine alle banche e ai rappresentanti orafi.
«Erano inchieste complesse, che si potevano portare a termine con successo solamente conoscendo bene il territorio»
Quarant’anni da poliziotto, quale bilancio fa della sua carriera?
«Ammetto che lasciare la polizia è per me un grande dispiacere. Ho dato molto, ma ho anche ricevuto moltissimo: dai colleghi che mi hanno accompagnato nella vita professionale ai trevigiani che ho conosciuto in tutti questi anni. Ho sempre dato il massimo e credo che sia stato apprezzato da tutti».
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