Plutone, l'astronoma trevigiana nel team della Nasa

Cristina Dalle Ore ha lavorato alla missione New Horizons. Laureata a Padova, è studiosa dei bordi del sistema solare
Cristina Dalle Ore davanti al suo computer
Cristina Dalle Ore davanti al suo computer

Se d’ora in poi lo spazio sarà un po’ meno misterioso, se i confini del nostro sistema solare saranno un po’ più vicini sarà grazie alla missione della sonda New Horizons parte del merito è di Cristina Dalle Ore, astronoma trevigiana, rimbalzata sugli schermi e siti di tutto il mondo, nelle immagini della squadra che alla Nasa ha festeggiato il successo della missione della sonda che l’altro ieri ha raggiunto Plutone. Una missione approvata nel 2001, dopo anni di tentativi.

Che si spinge fino al più piccolo pianeta del sistema solare, Plutone. La Nasa ha pubblicato le prime immagini scattate dalla sonda durante il passaggio a oltre 12 mila chilometri da quel lontano mondo di ghiaccio. Spiccano montagne alte 3500 metri, forse ancora in corso di formazione. In questa missione eccezionale c’è un po’ di Treviso.

L’astronoma Cristina Dalle Ore, trevigiana, laurea all’università di Padova, è oggi ricercatrice al Carl Sagan Center oltre che al Seti Institute e all’Ames Research Center della Nasa, dove è arrivata passando per University of California e Harvard. Oggi Cristina è specializzata nello studio dei bordi del sistema solare, un filone di ricerca che consente di capire la composizione chimica del sistema e la sua storia. E’ lei una dei protagonisti del libro“Italiani di frontiera. Dal West al Web: un’avventura in Silicon Valley”, di un italiano di frontiera per eccellenza, Roberto Bonzio, che ha avuto l’occasione di parlare con Cristina (via Skype), al termine di una giornata storica. Quella in cui la sonda s’è avvicinata a Plutone. Ecco una piccola parte della loro preziosa chiacchierata.

Perchè è così importante questa missione?

«Perchè spinge i confini della nostra specie ai bordi del sistema solare. Perchè sarà di ispirazione per le nuove generazioni a continuare a espandere l’orizzonte della nostra conoscenza verso nuove mete sempre più lontane. Perché unisce l’umanità nell’entusiasmo della scoperta e in questo rivela la parte migliore del genere umano. E più praticamente perché spinge i limiti della tecnologia motivando nuovi studi».

Quale è stato il tuo ruolo?

«Il mio coinvolgimento vero e proprio è incominciato recentemente con l’arrivo dei primi dati spettroscopici e sta velocemente prendendo importanza, mano a mano che i dati ci arrivano con risoluzione spaziale sempre più alta. Sono una collaboratrice del gruppo che studia la composizione delle superfici di Plutone e delle sue lune. Il mio ruolo è analogo a quello di ‘detective-archeologa’, attraverso lo studio delle immagini ‘hyperspectral’».

Il momento più difficile?

«Fino ad ora è stato lunedì scorso, quando i primi dati interessanti sono arrivati e non riuscivo a stare nella pelle dalla voglia di analizzarli e capire il loro significato. Allo stesso tempo è stata una delle giornate più’ eccitanti della mia carriera».

Cosa vi aspettate in futuro?

»Prossimamente (nei prossimi mesi)i: dati a maggiore risoluzione geografica che ci diranno in dettaglio che materiali compongono le diverse parti di Plutone e di Caronte. A lungo termine: nuove missioni verso altre parti del sistema solare e magari anche al di fuori».

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