Morti nel rogo, il figlio rischia 18 mesi

Le richieste del pm. Quattro i processati per l’omicidio colposo dei coniugi Alpago, tra loro i soci di un’immobiliare

COLLE UMBERTO. Un anno e sei mesi di reclusione per tutti gli imputati. Sono le richieste del pubblico ministero, al termine della requisitoria del processo che vede tre impresari ed il figlio delle vittime alla sbarra con l’accusa di omicidio colposo per la morte di Emilio Alpago e Antonia Siracusa, i due anziani di Colle Umberto soffocati nel sonno, nella notte del 16 marzo 2016, dal fumo dell’incendio dell’auto del figlio Gianni, posteggiata nel garage interrato della loro palazzina.

Gli imputati sono i tre soci dell’immobiliare “Da Vinci - Fratelli Dotta”, Tarcisio, 79 anni, Giovanni, 84 anni, e Pietro Dotta, 77 anni (difesi rispettivamente dagli avvocati Maria Stella Mazzon, Silvia Biscaro e Barbara Camerin), proprietaria e committente della palazzina dove persero la vita i due anziani e pure il figlio della coppia deceduta, e Gianni Alpago (difeso dall’avvocato Christian Fornasier), maresciallo dei carabinieri al quale la procura contesta sostanzialmente di essersi preoccupato di spegnere l’incendio della sua auto, nel garage condominiale, senza aver svegliato e messo subito in salvo i genitori, morti poi soffocati.

Al termine della discussione, nel corso della quale le difese hanno chiesto l’assoluzione dei quattro imputati, il giudice Michele Vitale ha ritenuto di non essere in grado di emettere la sentenza ed ha disposto una perizia ricostruttiva per stabilire le cause, le modalità e la dinamica della tragedia con particolare riferimento tra le singole accuse contestate e il decesso dei coniugi Alpago. Per questo motivo il processo è stato rinviato al prossimo 1 aprile, quando il consulente tecnico d’ufficio, incaricato dal giudice di fare luce sulla dinamica della tragedia e sulle singole responsabilità, esporrà in aula il risultato della sua perizia.

Cosa contesta ai quattro imputati la procura? Al maresciallo Alpago, figlio della coppia deceduta, la procura contesta sostanzialmente di essersi preoccupato di spegnere l’incendio della sua auto, nel garage condominiale, senza aver prima svegliato e messo subito in salvo i genitori. In altre parole, nella concitazione del momento, il maresciallo avrebbe colposamente favorito l’incanalamento dei fumi verso l’abitazione dei genitori lasciando aperta la porta di legno che separava il vano scale dall’autorimessa e alimentato le fiamme aprendo successivamente il basculante del garage nel tentativo di sedare l’incendio.

I fratelli Dotta, soci dell’Immobiliare “Da Vinci - Fratelli Dotta”, proprietaria e committente dell’immobile di via dei Cinti, sono accusati di aver violato il decreto Ministeriale del 1 febbraio 1986 che riguarda le norme antincendio delle autorimesse. In particolare per aver inserito una porta di legno come divisorio tra la zona garage ed il vano scale invece che una porta d’acciaio tagliafuoco con chiusura automatica, come previsto dalle norme antincendio. —

Marco Filippi

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