«Mefedrone, così funzionava il sistema Ongaro»
L'interrogatorio di Alvino: ognuno aveva un compito nell'organizzazione

Sopra Fabio Alvino
«Tutte le sostanze chimiche che io spacciavo le ho sempre ricevute dai fratelli Ongaro». E' uno dei passaggi chiave del primo interrogatorio di Fabio Alvino, il diciannovenne arrestato per spaccio al Bosco del Respiro. Il ragazzo offre al magistrato che coordina le indagini, il sostituto procuratore Valeria Sanzari, una descrizione chiara del sistema adottato dai fratelli Alberto e Riccardo, oggi agli arresti domiciliari. «A me non dicevano tutto - spiega Alvino - tutto quello che riguardava il fornitore se lo tenevano per loro. So che lo contattavano sempre via internet, dicevano che quando c'era da far arrivare queste sostanze arrivavano via corriere, corriere espresso». Il magistrato chiede allora delle possibilità economiche dei fratelli Ongaro. «So che avevano i soldi messi via - spiega Alvino - perché loro erano gli unici che non assumevano queste sostanze. I soldi sicuri insomma». «Ma di chi si fidavano i fratelli Ongaro», chiede il magistrato. «Di loro due - risponde il diciannovenne - cioè ad ognuno veniva affidato un certo compito, però al di là di quel compito non gli veniva detto niente altro, tipo di Maddalon si fidavano per quanto riguarda il nascondere le sostanze, di me si fidavano perché sapevano che io ormai avevo un giro di gente che erano tutti consumatori. Però per il resto, tipo per i soldi, non so dire di chi si fidassero. So che Riccardo aveva un buon rapporto di amicizia saldo da un po' di tempo con Nascimben». Gli inquirenti vogliono anche capire il significato di alcune parole utilizzate dagli arrestati per comunicare tra loro. «I baluba sono i poliziotti - spiega Alvino - Toni e Mani sono i due Ongaro. Il riferimento è a Scarface (il film con Al Pacino che racconta la storia di un trafficante di cocaina cubano ndr). E poi c'è Scialoia, che è il nome del poliziotto presente in Romanzo criminale». Il magistrato vuole poi capire come funzionava il sistema di acquisto della droga. E Alvino racconta di una volta che avevano comprato la sostanza pagandola con due I-phone. «Ho accompagnato Riccardo o Alberto, adesso non mi ricordo, a fare questa consegna che doveva servire per il pagamento. L'avevo accompagnato al Dhl di Treviso, corriere espresso delle consegne, dove ha spedito questi due I-phone». «Che è un mezzo di pagamento?», chiede stupito il giudice. «Io so solo che l'ho accompagnato - spiega Alvino - ha detto accompagnami che devo fare sta consegna. E sono andato». Gli inquirenti poi vogliono sapere di più dei pestaggi che sarebbero avvenuti a Treviso ed emersi durante l'inchiesta sul mefedrone. «Questa estate ci trovavamo spesso lì al chiosco sulle mura - afferma il diciannovenne - c'era ogni giorno una rissa e c'era sempre anche la polizia. Vedevo le risse, poi vedevo che la gente scappava perché arrivava la polizia. Non c'era uno fisso che si metteva a fare là le risse, poi c'era chi si buttava in mezzo. Non so da cosa partissero le risse lì sul chiosco, cioè io ero tranquillo lì che bevevo e vedevo la gente che volava da una parte all'altra».
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