Patria lontana, guerra vicina: a Treviso due vite divise dal conflitto

Behrad e Asghar sono due iraniani che vivono in provincia di Treviso da anni. «Siamo in ansia per la situazione e per i parenti, ma nessuno di loro pensa di venire qui»

Lorenza Raffaello
Behrad (a sinistra) è arrivato 6 anni fa. Asghar (a destra) a Treviso da 54 anni
Behrad (a sinistra) è arrivato 6 anni fa. Asghar (a destra) a Treviso da 54 anni

Due vite, due storie, due età, due credo religiosi e, soprattutto, due punti di vista diversi. Behrad e Asghar sono due iraniani che hanno ricominciato una nuova vita qui. L’uno a pochi chilometri di distanza dall’altro, uno contro il regime di Khameni e l’altro contro l’oppressione straniera.

Entrambi arrivati come studenti. Asghar 57 anni fa e Behrad sei. Da sabato le loro vite sono cambiate, un’altra volta. E loro si ritrovano impotenti, lontani chilometri e chilometri dalla loro patria.

Behrad

«Come tutti, mi sono svegliato questa (ieri ndr) mattina e ho visto che gli Stati Uniti e Israele avevano iniziato attacchi congiunti contro il mio Paese. Sono preoccupato per la mia famiglia, per i miei amici e per i civili la cui vita è in pericolo in questa guerra. La situazione non è buona». Behrad è un giovane iraniano.

È arrivato 6 anni fa come studente e ora sta frequentando un master in Innovazione e Marketing all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Viene da Tabriz dove ora si trovano i suoi genitori. «I miei genitori vivono ancora nella mia città natale, Tabriz. Mio padre ha 70 anni e mia madre ne ha 65. Sono entrambi in pensione: lei era un’insegnante, mentre lui era manager in una fabbrica della città. Sono preoccupato».

Prima di ieri la sua città non era stata interessata direttamente dagli attacchi, ma ora è tutto cambiato. «Il mio Paese era seduto al tavolo dei negoziati con gli Stati Uniti fino a soli due giorni fa. Gli Stati Uniti e l’Occidente hanno sempre cercato un pretesto per attaccare l’Iran. Nonostante l’Iran abbia sempre dichiarato di non voler costruire armi nucleari, gli States hanno convinto e spaventato le organizzazioni internazionali sostenendo che l’Iran stesse cercando di ottenere armi nucleari».

Behrad conta i morti delle ultime 24 ore: «Hanno colpito anche una scuola città di Minab, finora sono stati uccisi 51 bambini». Viene spontaneo chiedere se vorrebbe portare in Italia i suoi genitori e i suoi amici. La risposta non è banale: «Nella nostra cultura, nei momenti difficili come la guerra, non è comune lasciare il proprio Paese. Molti preferiscono rimanere nella propria terra, anche davanti al pericolo. Nessun iraniano abbandonerà la propria patria e se la guerra dovesse durare a lungo vedrete persino iraniani all’estero tornare a casa».

Asghar

Asghar Mollaian vive a Treviso da 54 anni, qui si è laureato, si è sposato, è diventato papà di due figli e oggi gestisce il negozio di tappeti in piazza Sant’Andrea in centro città. Lo incontriamo tra i tappeti che commercializza tra Iran e Italia. Fa parte della comunità bahá’í, una religione nata in Persia a fine XIX secolo, e per spiegare come si sente comincia il suo racconto proprio da qui: «In questo momento diversi parenti sono rinchiusi in prigione. Il regime non ha accettato la nostra religione. In passato un cugino di mia moglie è stato ucciso». Il punto di vista di Asghar è diverso da quello di Behrad, che di fede è musulmano.

Asghar, l'iraniano che vive a Treviso: " Ecco il messaggio di pace della comunità bahá’í "

«Come parte della comunità bahá’í, voglio astenermi dall’esprimere parole dure e di odio, noi aspiriamo a creare una unità globale di tutti i popoli in nome della pace». I vertici della sua comunità parlano di capro espiatorio: «I bahá’í in Iran hanno sopportato ingiustizia e persecuzione per quattro decenni e sono rimasti fedeli alla loro nazione per amore del proprio Paese e per il desiderio di lavorare al suo progresso e al suo benessere».

Ora che la nazione è sotto attacco anche ad Asghar poniamo la stessa domanda posta a Behrad: «Se potessi farlo vorresti portare i tuoi parenti e i tuoi amici in salvo in Italia?» La risposta è simile: «Per noi libertà significa verità, per cui se per essere liberi è necessario mentire, viene meno il concetto stesso di libertà. Nessuno di loro vuole abbandonare l’Iran, altrimenti in passato lo avrebbero fatto. C’è un modo per invertire le cose: partire dall’educazione. I bambini di oggi faranno il mondo di domani e noi adulti dobbiamo educarli alla pace e al rispetto».

Due punti di vista diversi, due vittime della smania di potere. Accanto al profilo di Behrad si legge una frase scritta in persiano, il tono è malinconico e conduce la mente alla lontana Persia: «Fino a quando ti cercherò, di casa in casa, di porta in porta? Fino a quando fuggirai da me, di angolo in angolo, di strada in strada?». 

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