È morta a 99 anni Imelda Reginato, era l'anima degli alpini

Imelda si è spenta al Ca’ Foncello dopo una polmonite. Era la moglie di Enrico Reginato, il leggendario medico e ufficiale degli Alpini trevigiano, Medaglia d’Oro al Valor Militare

Savina Trevisiol
Imelda Reginato e il sindaco di Treviso Mario Conte
Imelda Reginato e il sindaco di Treviso Mario Conte

Era la moglie di Enrico Reginato, il leggendario medico e ufficiale degli Alpini trevigiano, Medaglia d’Oro al Valor Militare, tornato a casa nel 1954 dopo 142 mesi di prigionia in Unione Sovietica, ma Imelda Tosato Reginato, negli oltre 30 anni trascorsi senza il marito, era diventata molto di più: la custode della sua memoria e una presenza familiare per generazioni di Penne Nere. Imelda si è spenta a 99 anni al Ca’ Foncello dopo una polmonite. Lascia i figli Giovanni ed Eugénie e i nipoti Enrico, Bernadette, Julia e Margherita.
«Gli Alpini? Sono tutto», aveva risposto una volta con il suo inconfondibile accento francese. Nel 2021, a 94 anni, partecipò al Centenario della Sezione Ana di Treviso, seguendo sfilata e messa sempre in piedi. In piazza Borsa le portarono una sedia: Imelda ringraziò e la rifiutò, voleva stare in piedi come gli altri, un piccolo gesto che raccontava bene il suo carattere.

Quattro anni prima, a 90 anni, aveva partecipato all’Adunata del Piave, spiegando di sentirsi ormai anche lei un po’ alpina. Imelda era nata e cresciuta a Digione, in Francia, da genitori padovani emigrati dopo la Grande Guerra. Aveva lavorato in Prefettura e nei primi anni Sessanta era arrivata in Italia per lavorare con Lancôme, spostandosi tra Sicilia, Liguria e Roma.

Fu nella Capitale che un cugino le presentò Enrico durante una serata di Carnevale al Meo Patacca. Lui avrebbe poi raccontato sorridendo di aver conosciuto la moglie «in osteria». I due si sposarono nel 1964 e persino il viaggio di nozze li portò a Verona, all’Adunata nazionale. Con Enrico condivise una storia segnata da ciò che lui aveva vissuto in Russia. Era partito la notte di Natale del 1941 ed era rientrato a Treviso soltanto il 13 febbraio 1954, una data che considerava la sua seconda nascita.
«Enrico era colto, si poteva parlare con lui di qualsiasi argomento. Taceva solo della Russia. Taceva la sua sofferenza», raccontava Imelda. Quando lui scomparve, nel 1990, lei scelse di continuare a esserci. «Cerco di partecipare più che posso alle cerimonie alpine, lo faccio al suo posto».
Per decenni Adunate e commemorazioni ebbero così tra i presenti quella signora elegante dalla voce musicale e dalla erre francese. Tra le persone che avevano costruito con lei un rapporto personale c’era anche il sindaco Mario Conte. «Parlare con lei era una carezza al cuore», racconta «La sua umanità, l’eleganza, l’ironia, quel suo inconfondibile accento francese e soprattutto il modo in cui parlava di Enrico. Sempre con orgoglio».

Conte conserva ancora la fotografia scattata insieme durante il Centenario Ana del 2021. Qualche tempo dopo volle portargliene personalmente una copia, raccontandole che per lui era una delle immagini più preziose di quelle giornate.

Per il sindaco, Imelda era diventata depositaria non soltanto dei ricordi familiari, ma di «una storia e di valori che appartenevano a tutti». Anche il presidente nazionale dell’Ana Sebastiano Favero la ricorda come una presenza costante alle Adunate finché le forze glielo hanno consentito. Quel filo con la memoria della Campagna di Russia è passato anche al figlio Giovanni, già presidente nazionale dell’Unione Nazionale Italiana Reduci di Russia. L’ultimo saluto a Imelda sarà martedì 1 settembre alle 15.30 nella chiesa di Santa Bona, poi riposerà nel cimitero del quartiere accanto al suo Enrico.

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