«I bacini di laminazione servono a salvare vite»

. Il dilemma è semplice: allagare 555 metri di alveo del Piave, se capita ogni 50 anni… Oppure? «Oppure consentire che l’acqua esondi da Ponte di Piave in giù, facendo evacuare 100 mila persone? Lo vorrei chiedere», sbotta Gianpaolo Bottacin, assessore regionale alla Protezione civile, «a coloro che s’incontreranno, in una di queste sere, per contrastare la progettazione del bacino di laminazione di Ciano del Montello». Anzi – sollecita – «perché non se lo fanno spiegare da uno dei tanti sindaci rivieraschi del Piave che da decenni chiedono una grande vasca di decantazione delle acque tumultuose del fiume?».
Se fosse stato per i tecnici idraulici, e l’ingegner Luigi D’Alpaos è una delle massime autorità in questo campo, la soluzione ottimale sarebbe stata la diga di Falzè, con le acque che avrebbero invaso ben oltre l’isola dei morti di Moriago. I 38 milioni di metri cubi delle grave di Ciano del Montello sono un ripiego, che – a sentire D’Alpaos – non sarebbe neppure risolutivo. A suo tempo, infatti, s’era ipotizzato un invaso simile anche nelle grave di Spresiano.
«Intanto, di cosa stiamo parlando?», cerca di chiarire Bottacin. «Di casse di laminazione che servono ad abbattere i colmi di piena per alcune ore. L’incolumità delle persone deve essere salvaguardata prima di ogni altro aspetto. Questo è un obbligo per la Regione. Per altro anche la stessa direttiva Alluvioni dell’Unione europea dice che la salvaguardia delle vite umane viene prima di qualsiasi altro aspetto. Ripeto: qualsiasi».
Che il Piave sia il fiume più pericoloso del Veneto lo riconoscono un po’ tutti. Lo ripete a ogni emergenza, anche il governatore Luca Zaia. In Regione si sono esaminati numerosi studi e quasi tutti prevedono che il Piave possa arrivare anche a quota 4.500 /4.800 metri cubi al secondo, il doppio di un anno fa.
«Immaginate cosa potrebbe accadere» suggerisce Bottacin. «Ponte di Piave finirebbe sotto. Ma anche Colfosco, Ponte della Priula. E tanti altri paesi della sponda».
Pertanto, già all’indomani del 1966 autorevoli esperti idraulici concordarono tutti che andavano realizzati interventi di trattenuta delle portate in eccesso prima del tratto in pianura. Tra questi interventi quello delle grave di Ciano. Un’opera, questa, individuata nel piano stralcio del fiume approvato con decreto ministeriale nel 2013 “come il più efficace”.
« Del tutto inutili si rilevarono», ricorda Bottacin, «ipotesi di trattenuta delle piene utilizzando le dighe montane perché sortirebbero effetti al massimo fino a Belluno ma non certo in pianura, come asserito da tutti i massimi esperti di idraulica. Resta quindi il fatto che l’opera è necessaria e che va fatta rispettando massimamente l’ambiente. Per esempio con arginature erbate e magari con opere compensative che potrebbero rendere migliore l’area».
Opere compensative, appunto. Ma quali? Oasi naturalistiche o piste ciclabili, risponde Bottacin. Troppo poco per un muro di 8 metri lungo 13 chilometri.
«E chi l’ha detto? Il progetto è ancora in fase di definizione. Ci sono stati degli studi, ma nulla ancora è definitivo. Sicuramente l’opera», garantisce Bottacin, «avrà scarso impatto ambientale rispetto alla funzione che svolgerà, quella di salvare vite umane su cui abbiamo la responsabilità. E d’altro canto ho sempre detto che, se qualcuno è contrario, deve proporre un’alternativa altrettanto efficace supportata da calcoli fatti da esperti come minimo a livello del professor D’Alpaos. Questo è l’unico atteggiamento che dimostrerebbe responsabilità e non lotta a prescindere. Dire di no senza proporre alternative efficaci è da irresponsabili. E ricordo che stiamo parlando di arginature erbate, esattamente come quelle esistenti in tutta la pianura veneta a lato dei nostri fiumi. Opere dell’uomo», conclude, «realizzate per salvaguardare le vite umane, non per distruggere l’ambiente». —
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