Emergenza Pfas nella Marca: «Verifiche immediate sui pozzi»

Acque sospette in tredici Comuni. Il consigliere regionale Pd Andrea Zanoni: «L’inquinamento rilevato lì dove c’erano cave, non è un caso»

TREVISO. «Servono immediate verifiche sui pozzi inquinati, ma soprattutto sull’uso che viene fatto dell’acqua prelevata da questi pozzi». A chiedere esami celeri e approfonditi dopo la pubblicazione degli esiti trevigiani della campagna Arpav di monitoraggio degli inquinanti Pfas è il consigliere regionale Pd Andrea Zanoni. I dati, pubblicati dalla Tribuna, dimostrano come l’emergenza che allarma il vicentino abbia tentacoli anche in provincia di Treviso. Tredici i paesi interessati dalla presenza di sostanze perfluoro cloridriche (Pfas) nelle acque sotterranee: Paese, Morgano, Quinto di Treviso, Istrana, Farra di Soligo, Casale sul Sile, Castelfranco, Loria, Vedelago, Riese, Maser, Montebelluna, Vittorio Veneto. Con picchi a Casale sul Sile, Paese, Farra di Soligo, Vittorio Veneto. Numeri che non raggiungono le quote dei paesi vicentini cuore dell’emergenza (in media tra 200e 2000 nanogrammi per litro d’acqua), ma che non possono essere trascurati raggiungendo anche livelli pari a 620 nanogrammi.

«Non credo sia un caso che le concentrazioni anomale di Pfas delle acque del trevigiano riguardino comuni come Paese, Casale sul Sile ed Istrana perché in questi comuni nel tempo sono state decine le discariche dove nei decenni sono arrivate anche sostanze tossiconocive e pericolose in violazione delle legge», attacca Andrea Zanoni, da sempre attivissimo sui temi ambientali. «Su milioni di tonnellate di rifiuti provenienti da ogni dove non è da escludere che siano arrivati anche rifiuti provenienti da attività industriali che avevano a che fare con le sostanze perfluoroalchiliche», prosegue, «quindi le autorità preposte, come Arpav e Usl, sindaci dei comuni interessati, dovrebbero verificare immediatamente se e quanti sono i pozzi delle zone incriminate e come vengono utilizzate le acque».

Necessario fare un distinguo: tra le acque degli acquedotti e quelle dei pozzi analizzate da Arpav. Una differenza evidenziata anche da Zanoni che vede però chiaramente il rischio svelato dalle analisi Arpav: «Se le autorità dei servizi idrici possono tranquillizzarci sui valori di Pfas nell’acqua del rubinetto di casa, la stessa cosa dovrebbe essere fatta per le altre fonti», prosegue il consigliere, «mi riferisco ad esempio ai pozzi potenzialmente inquinati ma utilizzati in agricoltura per dare acqua alle verdure che arrivano nelle nostre tavole, e a quelli utilizzati per gli allevamenti di bovini, suini, conigli, galline ovaiole che potrebbero contaminare la catena alimentare».

È un problema reale sul quale la regione ha chiesto anche parare all’istituto superiore di Sanità. La conclusione delle analisi fatte sul tema, però, non è stata confortante: «I limiti del campionamento, considerando l’ampiezza degli alimenti potenzialmente interessati dal fenomeno, non consentono di effettuare stime di esposizione alimentare».

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