La denatalità pesa sui punti nascita, Castelfranco la peggiore: «Le strutture vanno riconvertite»

Nella Marca le nascite si concentrano a Treviso e Montebelluna. Oderzo si avvicina alla soglia critica per la sopravvivenza. L’ex primario Dal Pozzo: «Il comfort ospedaliero non cambia i destini, sposta forse qualche decina di parti all'anno. La politica che oggi chiede di difendere i presidi non può dimenticare quel che è stato fatto in passato: il depotenziamento della sanità»

Valentina Calzavara
Le nascite si concentrano a Treviso e Montebelluna
Le nascite si concentrano a Treviso e Montebelluna

La denatalità pesa e la geografia dei punti nascita in provincia di Treviso cambia volto. Con 3.766 nuovi nati registrati tra il 1° gennaio e il 30 settembre 2026, l’Usl 2 è costretta a fare i conti con la sostenibilità dei servizi. E il quadro che emerge dai dati del biennio 2024-2025 già evidenzia una polarizzazione netta: i grandi e medi ospedali, soprattutto Treviso e Montebelluna, accentrano i volumi, mentre le strutture più periferiche come Castelfranco e Oderzo, faticano a reggere l’urto del calo demografico e dei rigidi parametri di sicurezza indicati dal ministero della Salute.

Ben sotto la soglia dei 500 parti annui, al San Giacomo di Castelfranco quindi non si partorirà più. Dal 31 ottobre lì verranno mantenuti i servizi di assistenza pre e post parto, i percorsi consultoriali e di accompagnamento mamma-bambino. Il destino è segnato: si partorirà in pochi, grandi (e soprattutto sicuri) ospedali.

L’analisi

Sempre nel biennio 2024-2025 i parti nei 5 ospedali della Marca sono passati da 4.849 a 4.952 (+2,1%), con andamenti differenti tra i presidi. Treviso cresce da 2.277 a 2.431 parti (+6,8%), concentrando le gravidanze a maggiore complessità clinica. Il San Valentino di Montebelluna da 899 a 925 (+2,9%). Stabili Oderzo con 532 e Conegliano con 768.

Castelfranco ha invece il calo più marcato, da 375 a 296 parti (-21,1%), ben al di sotto della soglia nazionale di riferimento di 500 nascite annue. Da ricordare anche lo stop definitivo del punto nascita di Vittorio. Il reparto, dopo la chiusura estiva di un paio d’anni fa, non ha più riaperto i battenti, anch’esso abbondantemente sotto la soglia dei 500 parti.

Politica sanitaria

La tendenza di graduale diminuzione delle nascite s’intreccia quindi con la politica sanitaria. Il dottor Giuseppe Dal Pozzo, storico primario di ginecologia e ostetricia dell’ospedale di Treviso, analizza con lucidità i nodi critici del sistema e guarda al futuro della rete materno-infantile del nostro territorio: «La sicurezza di un punto nascita dipende da due fattori fondamentali: l’esperienza che si matura attraverso la numerosità dei parti e la possibilità di accedere tempestivamente, in caso di emergenza, a tutte le risorse cliniche, tecnologiche e specialistiche necessarie. Le strutture di prima fascia, come l’ospedale di Treviso, o realtà come Montebelluna, collegata in modo rigoroso al Ca’ Foncello, possono contare su un’organizzazione che consente di attivare competenze e servizi altamente specializzati, dalla terapia intensiva neonatale alle altre discipline coinvolte nelle emergenze ostetriche. Nei punti nascita con volumi ridotti, invece, si sviluppa inevitabilmente una minore expertise. Non è una questione di capacità o di valore dei singoli professionisti, ma di possibilità organizzative. È su questi elementi che occorre ragionare quando si parla di sicurezza del parto, guardando in faccia la realtà e lasciando perdere la retorica». La questione non riguarda la bravura dei singoli, ma l’architettura dei soccorsi.

Il confronto con il 2000

Il destino di Castelfranco è anche frutto del contesto territoriale, riflette Dal Pozzo. «A pochi chilometri di distanza ci sono i punti nascita di Montebelluna, Treviso, Bassano, Camposampiero e Cittadella. Un’offerta molto ampia a fronte di una domanda sempre più limitata».

Ripensando ai suoi anni alla guida del reparto montebellunese, Dal Pozzo ricorda: «Vent’anni fa a Montebelluna facevamo 1.500 parti e a Castelfranco un migliaio. All’epoca cercai una forte intesa con il punto nascita di Castelfranco perché l’unione faceva la forza: insieme eravamo sui 2.500 parti l’anno e il gruppo poteva disporre di mezzi tecnici di prim’ordine. Oggi Montebelluna ne fa la metà e Castelfranco meno della metà. Non ci sono spostamenti di attrazione reali: quello è il bacino di utenti».

Possibile aumentare il numero di parti con il battage comunicativo per attrarre future mamme? «Il comfort ospedaliero non cambia i destini, sposta forse qualche decina di parti all'anno. La politica che oggi chiede di difendere i presidi non può dimenticare quel che è stato fatto in passato: il depotenziamento della sanità».

Nodo personale

La carenza degli organici e i costi restano fattori centrali: «I numeri del personale sono crudeli, e la sanità costa anche quando scendono le prestazioni. Per esempio andando a coprire il servizio con i medici “gettonisti”, che non appartengono organicamente alla struttura ma vanno giustamente a dare una mano essenziale».

Verso quale modello stiamo andando? Conclude Dal Pozzo: «Bisogna essere realisti e di buon senso. Di fronte alla denatalità bisogna saper riconvertire le strutture, senza alzare scudi pro o contro, e puntare a migliorare ulteriormente l’assistenza neonatale e materna in sala parto, consapevoli che il cittadino vorrebbe sempre partorire vicino a casa, ma la priorità resta la sicurezza clinica».

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