Dalla Sicca 100 mezzi anfibi per il Brasile

Ordine da capogiro per l'azienda che sta anche rinforzando i «lince» per l'Afghanistan
L’azienda Sicca di Vittorio Veneto
L’azienda Sicca di Vittorio Veneto
 
VITTORIO VENETO.
A poche decine di chilometri rombano i motori degli F16, quelli di Aviano, ma Vittorio Veneto è già «in guerra». La sua industria più solida, infatti, è la Sicca, del gruppo Iveco, che non conosce crisi, anzi si consolida con nuove commesse. E' recente la commessa, da parte delle forze armate brasiliane, di un centinaio di mezzi anfibi.
 Nello stabilimento di San Giacomo saranno costruiti i telai, mentre lavoratori dell'azienda, super specializzati, voleranno in Sud America per completare le produzioni, una parte delle quali saranno realizzate anche nella fabbrica sorella di Bolzano. «In base a queste premesse, coltiviamo la speranza che il lavoro non manchi almeno per una quindicina d'anni», si limita a dire Alessio Lovisotto, della Fim Cisl, che parla della Sicca come di una «azienda modello», «sia per le garanzie che offre, sia per le relazioni interne, ma perfino per il modo in cui è tenuta: sembra un ospedale». Alla Sicca, tra l'altro, si sta mettendo mano anche ai lince, quelli adoperati in Afghanistan, che necessitano di rinforzi; hanno infatti dimostrato alcuni aspetti di fragilità. I rinforzi sono effettuati con l'uso dell'acciaio cosiddetto balistico. Prossimamente dovrebbero arrivare altre commesse, come quella del «centauro». La Sicca, dunque, non conosce crisi, proprio perché l'industria bellica non è attraversata da difficoltà. I lavoratori, dal canto loro, si rendono ben conto di operare in una realtà problematica, dal punto di vista etico. «Questo problema ce lo poniamo - ammette il sindacalista Lovisotto -. Siamo pienamente convinti che i mezzi in uscita da Vittorio sono progettati per la difesa, non per l'attacco. Non sono, insomma, mezzi d'offesa». Meno problemi, da questo punto di vista, c'erano quando la Sicca produceva carrozzerie per autobus, in particolare il telaio per il modello più diffuso, l'U210. Nessuno, in città, osa comunque mettere in discussione questa presenza. Ed anzi la stessa amministrazione comunale ha difeso a suo tempo - a denti stretti - le produzioni vittoriesi allorché, qualche anno fa, si era presentato il rischio di un rientro nello stabilimento di Bolzano. «Speriamo - conclude Lovisotto - che con le nuove commesse si possa ampliare anche la base occupazionale».

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