Crisi abitativa, l’ad delle pizzerie “Da Pino”: «L’alloggio non può essere a nostro carico»
Francesco Giordano racconta il modello del gruppo Da Pino, che impiega quasi 400 persone e offre opportunità lavorative a stranieri e categorie protette. «L'integrazione passa da lavoro, formazione e responsabilità condivise»

Lo facevano già quando le pizzerie si contavano sul palmo di una mano. Oggi che di ristoranti-pizzeria col marchio Da Pino ne hanno 11, dislocati tra Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Lombardia a cui si aggiunge un’estesa rete di oltre 50 punti vendita e take-away in franchising con il marchio Pizzalonga Away, la famiglia Giordano continua a dare lavoro a persone con difficoltà, come stranieri con permesso di soggiorno e lavoratori appartenenti a categorie protette.
A raccontare questo aspetto oggi è Francesco Giordano, figlio di Giuseppe, l’uomo che ha aperto la prima pizzeria nel 1972 e che ha chiuso il 2024 con un fatturato di 35,4 milioni di euro, aumentato del 60% rispetto al 2018, e quasi 400 dipendenti.
Nel vostro organico ci sono diversi lavoratori stranieri. Uno di loro lo abbiamo conosciuto perché dormiva la parcheggio Dal Negro. Avete sempre coinvolto persone in difficoltà?
«Non è la prima volta, diciamo che abbiamo dei canali di raccolta attraverso cui ci arrivano i curriculum, li abbiamo in tutte le città in cui siamo presenti con le nostre sedi e questo ci ha permesso di diventare una sorta di punto di riferimento soprattutto per questo tipo di figure. Ma non siamo noi ad aiutare».
In che senso?
«Ci troviamo ad aiutare, ma a nostra volta abbiamo la necessità di trovare figure che abbiano un certo tipo di approccio al lavoro e che siano disponibili a svolgere le attività in cucina e in sala e quindi cerchiamo di far convivere le cose».
Come si struttura l’iter di assunzione?
«Una volta che ci arrivano i curriculum, cerchiamo sempre di incontrarli e parlarci, per capire anche quello che è il livello di conoscenza della lingua, perché quello è sicuramente un primo ostacolo che si affronta, poi cerchiamo di inserirli e di insegnar loro il lavoro, seguendoli da vicino. È questa la nostra sfida».
Quale è il valore aggiunto che portano questi lavoratori?
«Partiamo dal presupposto che ormai sono molti anni che tutte le aziende del territorio hanno la necessità di trovare delle figure che possano aiutare il tessuto economico a crescere. Questo è inevitabile, ormai se ne parla da tantissimi anni e la cosa non avrà una conclusione a breve, questa esigenza è destinata a crescere. Anche noi abbiamo necessità di figure che ci diano supporto e che ci aiutino a gestire le nostre attività e quindi cerchiamo di condividere con loro dei principi, gli stessi che abbiamo noi da sempre».
Quali sono?
«In primis il rispetto dell’ordine, il rispetto delle regole, delle normative e che la persona comprenda che il lavoro non è dovuto, ma è qualcosa che ci si deve guadagnare. Però, nel momento in cui c’è la buona volontà, l’integrazione è possibile e dà sicuramente dei risultati importanti. Lo vediamo anche nelle nostre catene, qualche lavoratore che ha la mentalità giusta si è proposto per aprire un takeaway intraprendendo un percorso imprenditoriale. Noi cerchiamo di seguirlo da vicino e garantirgli questa opportunità».
Il tema del lavoro e dell’immigrazione è sempre molto caldo. Anni fa Confindustria aveva messo a disposizione degli appartamenti. Secondo lei è una soluzione praticabile?
«È una questione molto delicata, l’abbiamo vissuta anche noi in prima persona: avevamo dato degli alloggi».
Come è andata?
«Le complessità nascono nella quotidianità, nella gestione. Se si dà una casa a dei lavoratori immigrati, il mercato del lavoro deve essere in grado di assorbirli. Perché le difficoltà emergono quando queste persone hanno un contratto temporaneo e quindi capita che poi restino mesi o anche anni senza un lavoro e quindi incapaci di assolvere alle spese dell’affitto. Potrebbe capitare qualcosa che interrompe il rapporto i lavoro e poi l’affitto sarebbe totalmente a carico dell’azienda».
Quale potrebbe essere una soluzione?
«Non sono in grado di dare soluzioni. Questo è un mix di temi diversi: quello relazionale, ma anche economico e sociale, è un nodo molto complesso. Ci vorrebbe una partnership pubblico-privato che ponga delle regole precise anche con dei mediatori o qualcuno che possa intervenire nel momento in cui si possono creare delle criticità, perché è vero che gli imprenditori hanno necessità di manodopera, però è anche vero che poi non possono farsi carico di tutta una serie di problematiche che avvengono negli alloggi e, poi, nei quartieri servirebbero alloggi diffusi».
Serve quindi di responsabilità da entrambi i lati?
«È chiaro che alloggio e lavoro dovrebbero andare assieme, Le responsabilità dovrebbero essere condivise e i lavoratori devono essere responsabili del loro futuro, a cominciare dalla lingua, dalla formazione e dalla correttezza».
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