Crisi Electrolux, l’analisi dell’imprenditore: «L’Europa cambi strada oppure ci faremo male»

Intervista a Francesco Casoli, proprietario del gruppo Elica di Fabriano: «Quello che sta accadendo ad Electrolux non riflette un problema dell’azienda ma è una questione strutturale»

Luca PianaLuca Piana
Francesco Casoli, presidente esecutivo e azionista di maggioranza della Elica di Fabriano
Francesco Casoli, presidente esecutivo e azionista di maggioranza della Elica di Fabriano

«Quello che sta accadendo ad Electrolux non riflette un problema dell’azienda ma è una questione strutturale. Se come europei non interveniamo per salvaguardare la nostra industria, nel giro di qualche anno ci faremo male per davvero». Francesco Casoli è uno degli ultimi imprenditori italiani rimasti nel settore dei grandi elettrodomestici.

È presidente esecutivo e azionista di maggioranza della Elica di Fabriano, azienda quotata in Borsa da 460 milioni di ricavi, leader al mondo nel settore delle cappe aspiranti e protagonista, negli ultimi anni, di un’evoluzione che l’ha portata ad espandersi in altri prodotti, come i piani aspiranti a induzione, i forni, le cantinette, tutti collocati nell’alto di gamma.

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Presidente, che cosa intende per problema strutturale?

«Il piano annunciato fa venire alla luce questioni che l’Europa ha cercato di nascondere sotto il tappeto. Come produttori siamo ben contenti di portare sulle spalle il fardello che ci è stato caricato addosso, la sicurezza sul lavoro, il tracciamento delle filiere, le politiche di emissioni zero, tutte questioni sacrosante, naturalmente. Il problema, però, è che poi i consumatori fanno gli acquisti su Amazon e naturalmente sono attirati dai prezzi più bassi, e se i produttori non europei non sono tenuti a rispettare tutte le regole a cui ci atteniamo noi, alla fine ci perdiamo tutti. Di fatto ci siamo messi da soli fuori mercato, rallentando il nostro sviluppo tecnologico».

C’è una soluzione?

«Da un certo punto di vista, sono per introdurre dei dazi brutali, altrimenti l’industria europea continuerà ad affogare».

L’industria degli elettrodomestici è da sempre una grande utilizzatrice di acciaio, e sull’acciaio in Europa sono stati messi dei dazi fino al 50 per cento.

«I dazi sull’acciaio sono uno dei grandi paradossi. L’Europa ha cercato di dare ossigeno alle proprie acciaierie, e dico che l’ha fatto giustamente. In questo modo, però, nel nostro settore paghiamo l’acciaio il 50 per cento più caro dei produttori asiatici che già hanno un costo del lavoro inferiore, e così vengono qui da noi a vendere a prezzi più bassi dei nostri. Cornuti e mazziati, come dice qualcuno».

Quanto pesano, per voi, i dazi sull’acciaio?

«Sul costo finale del prodotto, più o meno il 10-15 per cento. Quando compari i prezzi sul web, conta anche quello».

La sua Elica tempo fa ha compiuto una riorganizzazione, spostando all’estero una parte delle produzioni a basso valore aggiunto e investendo qui in Italia in quelle più innovative. Oggi avete un buon margine di redditività.

«Per mantenere questi livelli abbiamo diversificato moltissimo, dalle cappe ai forni, ai piani cottura aspiranti, e altro ancora. È una risposta necessaria, e molte aziende italiane dovrebbero superare il provincialismo che le caratterizza, e lo dico da Fabriano. È chiaro che dobbiamo pensarci ma è altrettanto vero che il problema non è solo quello delle aziende troppo piccole: finora il sistema italiano ha retto grazie agli ammortizzatori sociali, alle politiche di sostegno, ma se andiamo avanti così resterà ben poco da difendere. Electrolux è un’azienda molto seria, che certamente non fa politiche mordi e fuggi. Sono certo che si sono posti a lungo il problema di come resistere e alla fine hanno deciso che non era possibile».

Dopo il taglio di 1.700 dipendenti, qual potrebbe essere il passo successivo?

«Lo deve decidere l’Europa. Se vorrà continuare a ignorare il problema, non finirà qui e ci faremo male sul serio».

Maurizio Castro ha detto al nostro giornale che potrebbero vendere ai cinesi.

«Non lo so, non conosco le loro intenzioni. Quello che posso dire è che Electrolux sarebbe una bellissima preda per un gruppo cinese che si vuole posizionare in maniera in Europa. Midea ha da poco stretto un accordo di collaborazione in Nord America proprio con il gruppo».

È immaginabile una cordata italiana che rilevi Electrolux?

«Non dovrebbe prendere solo le attività italiane ma quelle globali. Non vedo nessuno con questa taglia e con la visione che ebbero imprenditori come Vittorio Merloni, per fare un esempio».

Produttori cinesi e non europei in Italia ce ne sono già. Qual è la differenza?

«Non è un male, figuriamoci, sono sempre a favore degli investimenti esteri nel nostro Paese. Tuttavia, fanno bene al territorio gli investitori che decidono di radicarsi anche culturalmente, collaborano con le università, fanno crescere i talenti e la filiera. Chi invece resta chiuso in sé stesso, finisce per contribuire meno allo sviluppo generale».

 

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