Crisi alla Fil Man Group Spettro cassa integrazione

Paura a Trevignano. E confermato lo stop della fabbrica in Friuli: in mobilità 175 Rabbia dei sindacati contro la strategia del gruppo tessile della famiglia Parodi

TREVIGNANO.

È crisi alla Fil Man Made Group. Il gruppo tessile di Trevignano controllato dalla famiglia Parodi (l’ad Andrea Parodi è stato vicepresidente di Unindustria Treviso durante la presidenza Tomat) sta trattando un periodo di cassa integrazione ordinaria con i sindacati che dovrebbe coinvolgere parte dei 41 impiegati trevigiani attivi nella sede. Una notizia ventilata in queste ore che segue la più ferale comunicazione sulla chiusura della filiale produttiva di Maniago, in provincia di Pordenone. Si tratta di un grosso sito produttivo dove operano 175 operai destinati ora alla mobilità. Proprio ieri c’è stato l’incontro tra i sindacati e il sindaco di Maniago, intento ad aprire un canale di dialogo con l’azienda. Un summit anticipato da un fax partito da Trevignano, che confermava l’irrevocabile intenzione da parte della capogruppo trevigiana di chiudere la fabbrica pordenonese. «Non lo permetteremo mai», ha ieri all’uscita dalla riunione Claudio Foresto della Filctem-Cgil di Pordenone, «speravamo in una soluzione alternativa ma ci è arrivata questa mazzata. La Fil Man parla di perdita di competitività e crisi del mercato. Siamo infatti pronti a collaborare ma solo nel caso in cui ci venga proposta una strada alternativa alla liquidazione. Useremo tutti i mezzi a nostra disposizione per evitare il peggio. Pensiamo ci siano i margini per una ristrutturazione o una riconversione dell’attività. La chiusura non è contemplata».

Il fulmine caduto sulla testa degli operai friulani ha mobilitato la politica locale, Regione compresa, decisa ora ad attutire l’impatto della crisi attraverso una difficile mediazione con l’azienda trevigiana specializzata nella produzione di tessuti per l’abbigliamento e l’arredamento. La società gestita da Andrea Parodi era cresciuta in maniera organica negli ultimi dieci anni, investendo in tecnologia e dando vita a fabbriche all’avanguardia nel settore. Il fatturato del 2007 aveva raggiunto i 140 milioni di euro, calando a 87 milioni nel 2008, anno in cui è stato riportata una perdita di oltre 10 milioni di euro. Altri 2,6 milioni di rosso sono stati portati a nuovo nel 2010, quando i debiti verso le banche superavano quota 45 milioni. Il colpo di grazia per la fabbrica di Maniago è arrivata a cavallo tra 2011 e 2012, quando la produzione dello stabilimento copriva appena il 50% della capacità totale di produzione. Vale a dire 10 mila chili al giorno di filati contro una capacità di 22 mila chili, di cui soltanto 2-3 mila sembrano avere mercato. Intanto a Maniago prosegue la cassa integrazione, che a luglio raggiungerà le 51 le settimane.

La razionalizzazione delle strutture produttive arriva a meno di tre anni di distanza dalla chiusura dell’altro sito friulano di San Giorgio Nogaro, che ha portato alla messa in mobilità di altri 32 addetti. La scossa partita dal Friuli sembra giungere quindi a Trevigiano, dove sono rimasti solo gli uffici e la direzione. Buona parte della produzione è stata spostata all’estero verso Turchia, Cina e Portogallo. Se Maniago chiude rimarrà in piedi solo lo stabilimento di Trieste, dove lavorano altri 130 addetti. L’ultimo avamposto produttivo del gruppo nel Triveneto, territorio alle prese con una crisi senza fine.

Enrico Lorenzo Tidona

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