Caritas e Migrantes attaccano «Serena, modello fallimentare»
treviso
Le premesse c’erano tutte: che la ex caserma Serena per un verso o per l’altro sarebbe “scoppiata” la Caritas lo aveva scritto in tempi non sospetti, nell’aprile del 2019, quando aveva deciso di rinunciare ai nuovi bandi ministeriali per i Cas, Centri di accoglienza straordinari, perché lontani dal modello seguito: piccoli centri o appartamenti protetti, contatti con il territorio, insegnamento della lingua italiana, inserimento lavorativo. La caserma Serena ora è nell’occhio del ciclone a causa dei tanti migranti risultati positivi al Covid 19 e di tutto questo parlano in un documento congiunto il direttore della Caritas Tarvisina don Davide Schiavon e don Bruno Baratto, direttore diocesano Migrantes. Quattro i punti del testo consultabile integralmente in www.caritastarvisina.it.
Si parte dalla considerazione del tipo di appalto seguito al “decreto sicurezza”, che favorisce la concentrazione dei richiedenti asilo in centri di dimensioni sempre maggiori. Chi, come Caritas, si era impegnato secondo un altro modello, quello dell’accoglienza diffusa, aveva avvertito: «Concentrazioni eccessive aumentano i rischi di impatto sul territorio e non favoriscono né i migranti né le comunità residenti», e questo anche al di là degli sforzi dei singoli operatori. Una stoccata ironica va ai gestori, la Nova Facility, che fin dall’inizio ha gestito il centro nell’ex Serena e che ha poi vinto l’appalto anche per l’hotspot di Lampedusa: «È sempre stata considerata da varie istituzioni come modello di gestione, al punto da blindare ogni richiesta di sopralluogo indipendente.Ma ora – si chiedono i due sacerdoti - se a giugno i contagiati erano risultati 13 e a fine luglio 137, in che maniera si è realizzato il prescritto isolamento interno e le altre norme sanitarie?
Il terzo punto coinvolge la difficoltà di tracciare i contatti dei positivi in ambiente di lavoro. «Emerge ciò che tutti sanno: la maggior parte lavora in nero, e non vuole dichiarare con chi, per non perdere ogni possibilità futura di impiego. Quale circolo vizioso continua ad alimentare questo tipo di situazione, dannosa per chi sul lavoro è sfruttato e per una comunità civile che non beneficia delle imposte evase?».
Quarto: il problema posto dai contagi rischia di restringere l’attenzione ad una crisi preoccupante ma comunque circoscritta. La pandemia sta evidenziando una crisi strutturale già in atto da anni, in cui il calo delle nascite si combina con l’aumento dei morti e l’emigrazione di giovani italiani e migranti, con relativa diminuzione di risorse da destinare ai sistemi di welfare, compreso quello sanitario. Si stanno progettando a livello nazionale e locale interventi di sostegno per le famiglie, ma in attesa che questo si trasformi in fiducia e scommessa sul futuro, i sacerdoti invitano a chiedersi: «Se le coppie straniere sono quelle che al momento presentano una fecondità più elevata, perché non intervenire anche su questo fronte per favorire un loro inserimento sempre più effettivo nel contesto sociale, economico e culturale italiano?».
Sono tutte considerazioni che non hanno sempre risposte facili ma - concludono Schiavon e Baratto - «ci accontenteremmo che almeno l’opinione pubblica si ponesse alcune domande che nascono dal considerare la situazione in un contesto più ampio, per iniziare a vedere i migranti come uno dei possibili fattori di risoluzione di alcune effettive difficoltà globali, al posto di elementi che aumentano la criticità del problema». —
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