Fuga di medici, infermieri e Oss. Cgil Treviso: «Servono salari più dignitosi»
Massimo Messina, segretario generale dello Spi Cgil di Treviso: «Nelle case di riposo una carenza di operatori che rischia di diventare presto strutturale. Si tratta di un problema che denunciamo da tempo»

«Non possiamo pretendere di avere una sanità territoriale forte, case di riposo efficienti e servizi di prossimità se non siamo in grado di garantire a chi lavora nella cura salari dignitosi, contratti adeguati, possibilità di conciliazione e soprattutto la possibilità concreta di vivere nel territorio in cui lavora».
A dichiaralo è Massimo Messina, segretario generale dello Spi Cgil di Treviso, intervenendo sul problema della carenza dei medici di famiglia e della mancanza di operatori per le case di riposo.
«Sedici nuovi medici di famiglia, ma con la necessità di trovarne almeno altri cinquanta. E nelle case di riposo una carenza di operatori che rischia di diventare presto strutturale. Si tratta di un problema che denunciamo da tempo», afferma Messina, secondo il quale non si tratta più solo di una difficoltà temporanea di reperimento del personale, ma di una crisi dell’attrattività del lavoro di cura e della capacità del territorio di garantire servizi adeguati a una popolazione che invecchia.
Una crisi sulla quale il sindacato si dice pronto al confronto con la Regione, con le Ulss, con i Comuni e con le strutture «per costruire una strategia che non si limiti a gestire l’emergenza».
Secondo Messina è innanzitutto una questione di salario, con il quale oggi chi lavora in una casa di riposo come operatore sociosanitario o come infermiere rischia di non riuscire a pagarsi un affitto e a sostenere il costo della vita.
«Con le dovute differenze, vale anche per i medici di medicina generale», sostiene, ritenendo che non è più possibile continuare a parlare solamente di carenza di personale senza affrontare il tema delle condizioni economiche e professionali che rendono queste attività meno attrattive. Con l’aggiunta che l’assistenza richiesta è sempre più complessa.
Per il sindacalista, inoltre, non è sufficiente formare nuovi professionisti. È necessario invece «creare le condizioni perché scelgano di restare a lavorare nella nostra provincia». Un territorio nel quale il mercato del lavoro continua a essere dinamico «ma non sempre riesce a garantire redditi sufficienti a costruire autonomia e progettualità. Un cortocircuito che va interrotto».
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