Alberi sotto stress per il caldo, spunta il foliage d’agosto: «Così cresce il rischio di incedi»
Rasera, dottore forestale: «Se questo problema si dovesse ripetere per più anni, è chiaro che lo stress per le piante aumenta e si può arrivare anche alla morte»

«Le piante non possono spostarsi, come possono fare gli animali o gli esseri umani». Restano nello stesso punto per decenni, mentre attorno cambiano temperature, disponibilità d’acqua e stagionalità. È da questa immobilità che Roberto Rasera, dottore forestale, parte per leggere un segnale ormai visibile sugli alberi: la caduta anticipata delle foglie, risposta allo stress provocato da caldo e siccità prolungati. Se queste condizioni si ripetono negli anni, avverte, «la sofferenza può diventare sempre più importante e densa di conseguenze».
Perché succede?
«In situazioni come questa, in cui non piove e le temperature sono molto alte per un periodo molto lungo, le piante entrano in una situazione di stress. Alle nostre latitudini sono abituate a certi ritmi, a certe stagionalità, cosa che sta un po’ venendo meno. Normalmente hanno dei meccanismi di difesa, che in casi estremi portano gli alberi a liberarsi in modo anticipato delle foglie».
Tutte le specie reagiscono allo stesso modo?
«Dipende molto in realtà, perché ci sono alcune tipologie di piante che resistono di più alle situazioni di siccità. Altre, invece, in situazioni estreme rispondono con la perdita anticipata delle foglie. E naturalmente ci possono essere casi singoli in cui la caduta delle foglie è collegata ad altri fattori, come l’inquinamento».
Dovremo abituarci a fenomeni come questo?
«Non è il caso di fare previsioni, anche se una tendenza generalizzata al surriscaldamento credo sia ormai poco ma sicura. Se questa tendenza dovesse continuare, per quanto riguarda gli alberi, di questi fenomeni di stress degli alberi sicuramente bisognerà tenere conto».
Che cosa succede se lo stress si ripete negli anni?
«Se questo problema si dovesse ripetere per più anni, è chiaro che lo stress per le piante aumenta e si può arrivare anche alla morte. Le foglie, e con foglie si intendono anche gli aghi delle conifere, sono gli organi che consentono alla pianta di vivere. E se non si arriva alla morte, comunque la pianta stressata è più soggetta ad attacchi di altro genere».
Ad esempio?
«Mi vengono in mente parassiti e insetti come il bostrico, che sta rovinando l’abete rosso dopo la tempesta Vaia nelle nostre montagne. Gli esperti dicevano che era in una fase un po’ discendente rispetto a tre o quattro anni fa, ma è probabile che con questa estate così calda e povera d’acqua ritorni alla carica. La siccità di per sé magari non provoca la morte delle piante, però favorisce un attacco di insetti perché sono molto indebolite. Il concetto di stress per una pianta è molto simile a quello che riguarda l’uomo: un indebolimento che poi favorisce l’ingresso di altre patologie».
Le piante riescono ad adattarsi abbastanza velocemente?
«La natura avrà difficoltà ad adattarsi, perché le modalità e le tempistiche con cui si stanno evolvendo questi cambiamenti climatici sono molto veloci. Questi fenomeni non sono ancora eclatanti, ma nel tempo si vedrà una risalita di piante, anche spontanee, che fino a qualche decennio fa, o anche fino a pochi anni fa, non sarebbe stato pensabile avere a certe quote: piante che si alzano di quota oppure che risalgono dal punto di vista della latitudine».
Che cosa bisognerà cambiare nella gestione del verde?
«Ci sarà un’evoluzione di cui dobbiamo tenere conto, per esempio utilizzando specie più resistenti nella realizzazione del verde urbano e anche a proposito dei boschi. Da questo punto di vista dobbiamo essere noi che aiutiamo la natura, perché i tempi della natura non sono in grado di star dietro a questi cambiamenti».
Ci sono già indicazioni su quali specie utilizzare?
«Sulle querce si stanno facendo delle prove per l’utilizzo di varietà o anche di specie diverse, più meridionali, che un domani probabilmente dovremo utilizzare alle nostre latitudini. È una cosa nuova ed è una sfida importante, però quella è la strada».
Le conseguenze per noi?
«Il problema è che una pianta stressata è meno in grado di offrire tutta una serie di servizi che offre naturalmente. Banalmente, se in periodo estivo un albero perde tutte le foglie a causa dello stress termico e idrico, non fa più ombra o ne fa molta meno. Se trasportiamo lo stesso concetto a livello di bosco, ci troviamo di fronte un bosco meno resistente, più soggetto ad attacchi e agli incendi».
Con quali effetti sui territori?
«Questo comporta anche dei costi crescenti. In molte zone dove Vaia o il bostrico hanno fatto sparire la copertura dei versanti sono state utilizzate, almeno temporaneamente, opere di trattenimento e paramassi costosissime, mentre prima il bosco faceva gratuitamente quel servizio».
E nelle città?
«Entra anche un circolo vizioso molto pericoloso: nelle città gli alberi aiutano a mantenere una temperatura al suolo più bassa, però se viene meno la loro funzione torniamo ad avere temperature più alte, che a loro volta sono stressanti per le persone».
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