Bruna, la maitresse che voleva bene alle “sue” ragazze

È stata condannata a una pena di soli 18 mesi di reclusione la Procura ora valuta il ricorso in appello: «Troppo pochi»
Di Fabiana Pesci
TREVISO 18/3/2004 PROCESSO BRUNA ZANDONA' processo bruna zandona
TREVISO 18/3/2004 PROCESSO BRUNA ZANDONA' processo bruna zandona

«Sapevo che sarei stata condannata. Non ho mai negato ciò che ho fatto per anni per guadagnarmi da vivere. Penso che la pena che mi hanno inflitto i giudici sia stata equa». Bruna Zandonà non esulta, non piange. La storica maitresse trevigiana comprende di aver rischiato quattro anni e sei mesi di carcere. Comprende pure che un anno e mezzo di condanna rappresenta una vittoria legale. «I giudici hanno capito lo spirito con cui per tantissimo tempo ho portato avanti la mia attività, non giusta, certo, ma sempre rispettosa nei confronti delle ragazze», ha affermato la maitresse.

Bruna parla al passato, perché da tempo è stanca, ha smesso. Dallo scoppio del caos, dall’indagine, dal processo, ha chiuso con tutto: con i clienti, con le “sue” ragazze. Il casino di via Sant’Agostino non c’è più, lei ha deciso di cambiar vita, come aveva fatto già una volta, da giovanissima, quando aveva lasciato il suo lavoro di rappresentante di gioielli per divenire una maitresse. Ora, a 64 anni, con una vecchia condanna a due anni, cui si somma in continuazione quella che le è stata inflitta martedì pomeriggio, ha chiuso un’altra volta con il passato. Bruna, assistita nel lungo processo dall’avvocato Stefano Pietrobon, del foro di Treviso, legge in filigrana una sentenza tanto mite. Sostiene che il tribunale abbia distinto, abbia capito che lei quelle ragazze non le sfruttava: «Erano loro a venire da me», ha sempre dichiarato alla polizia, in tribunale. Spulciando nei verbali, in quelle carte che compongono il fascicolo che porta il nome di Bruna Zandonà, emergono spaccati di vita di una casa di appuntamenti in cui le ragazze erano quasi delle figlie per la maitresse. Torna alla memoria il giorno in cui ha redarguito per bene un cliente che si era innamorato di una delle sue ragazze. Era una dura, Bruna. Non aveva paura di sbattere la verità in faccia alle persone. Le sue ragazze le sosteneva sempre, se rigavano dritto: niente droga, era il suo imperativo. Il patto era cinquanta e cinquanta per ogni prestazione: quell’obolo serviva per garantir la loro sicurezza. Perché Bruna i clienti li sceglieva con cura, solo gente per bene. Ma se una delle sue dipendenti era in difficoltà non aveva alcuna remora, lasciava a lei tutto quanto. Bruna Zandonà, inutile negarlo, era un’imprenditrice: per alcuni vendeva sesso, per altri ore di evasione dai doveri coniugali, lavorativi.

Ieri il pubblico ministero che ha coordinato le indagini, Iuri De Biasi, ha annunciato che, dopo aver letto le motivazioni della sentenza, con ogni probabilità ricorrerà in Appello. Lo farà forse, con tutt’altro scopo, anche il legale della donna, Stefano Pietrobon: «Vedremo, valuteremo le motivazioni delle sentenza, ma siamo di fronte a una condanna equa, che ha valutato molto il modo con cui lavorava Bruna». In altre parole lei era una vera maitresse d’altri tempi, che aveva a cuore le sue ragazze, non certo solo il mero guadagno.

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