La basilica paleocristiana di Oderzo «svela l’intreccio fra le civiltà»: cosa rivela il complesso funerario

L’edificio risale al quarto o quinto secolo dopo Cristo. Si scopre che convivevano nell’antica Opitergium figli di migranti, pagani, politeisti e cristiani. Lo studioso: «Ogni nuova scoperta costringe gli studiosi a rivedere ipotesi e a porsi domande nuove»

Alessia Celotto
Gli scavi in corso nell’area delle sepolture della basilica paleocristiana
Gli scavi in corso nell’area delle sepolture della basilica paleocristiana

Una scoperta destinata a riscrivere la storia di Oderzo e ad aprire un nuovo capitolo del mondo antico nella Marca.

Nell'area dell'ex pescheria, dove era previsto un intervento di riqualificazione edilizia, gli archeologi della Sovrintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Padova, Treviso e Belluno, hanno riportato alla luce una basilica paleocristiana risalente alla fine del IV secolo o agli inizi del V secolo dopo Cristo, insieme a un esteso complesso funerario e a numerose testimonianze della presenza della prima comunità cristiana opitergina.

Si scopre che convivevano nell’antica Opitergium figli di migranti (i “maranza” dell’epoca, per così dire), pagani, politeisti e cristiani.

L’indagine

Il ritrovamento è stato definito dagli studiosi uno dei più importanti mai effettuati in città e rappresenta il primo edificio di culto cristiano individuato con certezza a Oderzo. L'indagine archeologica è nata nell'ambito delle verifiche preventive legate al progetto di recupero dell'ex pescheria.

Quando è emerso il valore eccezionale dei primi rinvenimenti, il proprietario dell'area, Luigi Durante, ha accettato di modificare il progetto originario, consentendo l'ampliamento dello scavo.

Per permettere ai lavori di proseguire anche durante l'inverno è stata installata una tensostruttura che ha protetto il cantiere dalle intemperie.

Il sito, situato tra via Pescheria e il canale, era già noto agli studiosi perché in passato erano state segnalate tombe e il ritrovamento di un grande mosaico policromo, documentato già alla fine dell'Ottocento ma mai verificato con uno scavo scientifico.

Il mosaico

Le prime esplorazioni hanno invece confermato la presenza di un complesso archeologico di eccezionale valore.

La basilica presenta strutture murarie di notevoli dimensioni, con fondazioni particolarmente robuste che superano il metro di spessore.

Gli scavi in corso nell’area dei mosaici
Gli scavi in corso nell’area dei mosaici

Le indagini hanno permesso di riconoscere le navate dell'edificio, mentre saranno necessari ulteriori approfondimenti per definire l'estensione completa della chiesa e verificare la presenza dell’abside.

Nella navata centrale sono emerse decorazioni con ottagoni intrecciati, nodi doppi alternati in rosso e azzurro, motivi a edera e cerchi concentrici.

Le navate e l’abside

Nella navata laterale, invece, è presente un grande ottagono con un motivo a velario al centro e un nodo di Salomone. Attorno ad esso è inoltre presente una trama continua di figure geometriche che organizzano il pavimento.

Attorno alla basilica sono stati individuati anche gli spazi destinati alle attività quotidiane del complesso ecclesiastico.

Gli scavi hanno riportato alla luce una grande quantità di materiali, tra cui frammenti di marmo, laterizi, anfore, vetri e una piccola fornace, elementi che consentiranno di approfondire l'organizzazione dell’area.

Il cimitero

Di particolare interesse anche le numerose sepolture rinvenute nei pressi della chiesa. La maggior parte delle tombe presenta un orientamento omogeneo, mentre alcuni casi mostrano caratteristiche differenti che saranno oggetto di ulteriori studi.

È stata ritrovata anche la sepoltura di un cavallo a nord della chiesa che, tuttavia, appartiene all’epoca postmedievale. La Sovrintendenza ha già finanziato le analisi al carbonio 14, che saranno eseguite sia sulle ossa.

Le analisi al carbonio 14

Questi esami dovrebbero consentire di stabilire con maggiore precisione la data di costruzione e quella delle sepolture. «Ci sarebbero poi ulteriori analisi, non ancora finanziate, relative al Dna dei resti ossei», aveva spiegato la sindaca Maria Scardellato.

«Sarebbero interessanti per comprendere la provenienza e l’etnia delle persone sepolte nel sito». Ancora non è definita nemmeno la dimensione della basilica. Secondo le prime indicazioni dovrebbe aggirarsi intorno ai 23 metri di larghezza.

L'obiettivo condiviso tra Sovrintendenza, Comune e progettisti è quello di individuare una soluzione che consenta di preservare le testimonianze emerse e renderle accessibili al pubblico. L’intervento prevede l’installazione di strutture, di percorsi rialzati e passerelle che consentiranno di osservare i reperti.

Struttura sopraelevata

Sarà infatti realizzata una struttura in parte sopraelevata, che permetterà di creare uno spazio luminoso dal quale cittadini e visitatori potranno ammirare i resti archeologici senza comprometterne la conservazione. «La porzione che rimarrà a vista sarà proprio quella dei mosaici, perché rappresenta l'elemento di maggiore interesse», spiega la prima cittadina Scardellato.

La spiegazione dell’esperto

Manoel Maronese, professore di latino e greco del liceo classico a curvatura archeologica Scarpa, spiega la scoperta.

Manoel Maronese
Manoel Maronese

Professore, la scoperta della basilica paleocristiana è un rinvenimento molto originale per Oderzo. In che periodo storico ci troviamo?

«Ci troviamo in un momento cruciale della storia europea, tra IV e V secolo, quando il Cristianesimo, dopo secoli di persecuzioni, diventa progressivamente la religione dominante dell'Impero romano. È un'epoca di profonde trasformazioni politiche, sociali e culturali, in cui il mondo classico si riorganizza e si intreccia con la nuova identità cristiana».

Dal punto di vista storico e culturale, quanto può cambiare la conoscenza che abbiamo dell'antica Oderzo?

«Può cambiare molto, perché finora le testimonianze della Oderzo tardoantica erano quasi esclusivamente legate al mondo pagano. Le prime testimonianze più sicure della Oderzo cristiana risalgono invece all'alto Medioevo. La basilica costituisce dunque un tassello fondamentale di collegamento tra queste due fasi della storia cittadina. Per gli studiosi si aprono ora nuove domande sull'organizzazione della comunità cristiana locale, sui suoi rapporti con gli altri centri ecclesiastici e con le autorità dell'epoca».

Che caratteristiche e valori avevano le prime comunità cristiane tra IV e V secolo? In che modo erano inserite nella società dell’epoca?

«Le comunità cristiane del IV e V secolo erano realtà ben organizzate e inserite pienamente nel tessuto sociale dell'Impero romano. È anche il periodo in cui prende forma un dialogo tra la tradizione classica e il Cristianesimo: i grandi Padri della Chiesa, formati nelle scuole della paideia greco-romana, rielaborano quel patrimonio culturale alla luce della nuova fede. È proprio in questo clima di trasformazione e continuità che si colloca anche la comunità cristiana di Oderzo».

In che modo questa scoperta può cambiare il modo in cui leggiamo gli autori antichi che hanno raccontato il nostro territorio?

«La basilica appartiene a un'epoca in cui la riflessione dei Padri della Chiesa aveva ormai raggiunto una piena maturità. Le fonti letterarie di quel periodo ci restituiscono un quadro prezioso dell'organizzazione, della liturgia e della vita delle prime comunità cristiane. Sarà quindi interessante verificare fino a che punto il contesto emerso dagli scavi di Oderzo si inserisca in quel quadro generale, trovando riscontro nelle pratiche religiose, nell'organizzazione degli spazi e nella vita della comunità. È proprio dal dialogo tra fonti scritte e dati archeologici che nasce una ricostruzione storica sempre più completa».

L'indirizzo a curvatura archeologica del liceo classico è presente proprio a Oderzo. Quanto è importante poter studiare la civiltà classica confrontandosi con scoperte che avvengono sul territorio?

«L'indirizzo classico a curvatura archeologica è una piccola eccellenza. Nasce dall'idea che lo studio della civiltà classica acquisti ancora più valore quando può essere affiancato dall'osservazione diretta delle testimonianze. Gli studenti hanno l'opportunità di vedere nel territorio in cui vivono ciò che normalmente incontrano sui libri. "Si parva licet componere magnis": anche una realtà come Oderzo può offrire esperienze formative paragonabili a quelle dei grandi siti archeologici».

Il ritrovamento ci dice quindi molto del mondo classico?

«Spesso immaginiamo il mondo classico come qualcosa di concluso, ormai conosciuto in ogni suo aspetto. In realtà è esattamente il contrario: ogni nuova scoperta costringe gli studiosi a rivedere ipotesi e a porsi domande nuove. Questo ritrovamento dimostra che il passato non è una realtà immobile, ma continua ancora oggi a produrre conoscenza. È un messaggio importante anche per i giovani: studiare il mondo classico non significa semplicemente conservare una tradizione, ma contribuire a riscriverne continuamente la storia».

Viviamo in una società dove predominano le piattaforme digitali. Che valore ha, nel 2026, fermarsi davanti a una scoperta archeologica?

«Una scoperta archeologica ci invita a rallentare. Richiede attenzione e capacità di osservare anche i dettagli più piccoli, qualità sempre più rare nella società digitale. Ma significa anche comprendere che sotto i nostri piedi esistono secoli di storia che continuano ancora oggi a parlare.

In che modo conoscere le nostre radici può essere importante per comprendere la società contemporanea?

«Le radici non servono a guardarci nostalgicamente alle spalle, ma a capire meglio il presente. Molte delle grandi questioni con cui ci confrontiamo oggi come il dialogo tra culture, la costruzione delle identità, il rapporto tra tradizione e cambiamento, hanno origini molto antiche. Conoscere quella storia ci aiuta a leggere con maggiore consapevolezza il nostro tempo e ci ricorda che ogni civiltà è il risultato di incontri, trasformazioni e stratificazioni».

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