Barca in leasing finisce dal giudice

Assolto il prestanome di un pregiudicato: era ignaro della truffa

FONTANELLE. In buona fede, aveva accettato di fare da prestanome per l’acquisto di una barca in leasing. Quando però non è più riuscito a pagare le rate (perché il reale utilizzatore non gli passava più l’assegno), ha preso carta e penna e ha scritto alla società, dicendo che avrebbe restituito tutto, perché non ce la faceva più. In quel momento è emerso il passaggio che, di fatto, si è trasformato in una autodenuncia. Secondo la legge anti-riciclaggio è vietato intestarsi leasing conto terzi. Quando poi è emerso che il reale utilizzatore della barca era pure un pregiudicato, apriti cielo. Denuncia, indagine, processo. Alla luce della segnalazione, i militari avevano fatto scattare le verifiche: avevano iniziato a indagare sull’imputato (sfruttando appunto la normativa antiriciclaggio), sulla sua attività. Con sorpresa le forze dell'ordine avevano scoperto che dietro al suo nome si nascondeva quello di un pregiudicato, cui di fatto faceva da prestanome. Il reale intestatario della barca aveva una sfilza di denunce per truffa. La sua ultima "attività" era aprire imprese edili per poi farle fallire.

Ecco che è arrivato il decreto penale di condanna, una botta da 22 mila euro. L’imputato si è opposto al decreto, insieme al suo avvocato, Mauro Bosco, del foro di Treviso, e ha scelto il processo.

Nel corso del procedimento il pregiudicato aveva candidamente ammesso che le rate della barca in realtà le stava pagando lui, perché quell'imbarcazione gli serviva per la sua attività di pesca in Croazia. Ieri, a oltre due anni dai fatti contestati, per l’imputato è arrivata la sentenza: assoluzione. «È stata riconosciuta la buona fede dell’imputato», spiega l’avvocato Mauro Bosco, «che nemmeno sapeva di aver violato la norma per cui è finito a processo».

Fabiana Pesci

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