«Ancora impossibile stabilire gli effetti e mancano norme»

TREVISO. «I dati evidenziano un problema, ma circoscriverlo e capire come affrontarlo non è facile prima di tutto perché quando parliamo di Pfas non parliamo di sostanze vietate, bandite dal commercio o dagli utilizzi comuni». A parlare Alessandro Benassi, commissario dell’Arpav di Treviso, dove da giorni si lavora a spron battutto per effettuare campionamenti, analisi, confronti al fine di fornire il più alto numero di dati per inquadrare l’emergenza Pfas. «La famiglia delle Pfas riunisce vari tipi di sostanze diverse utilizzate in vari settori dell’industria: dal tessile, dove sostanze che contengono Pfas vengono utilizzate per l’impermeabilizzazione dei tessuti, alla produzione e all’uso di liquidi per l’industria in genere. Per non parlare poi del fatto», prosegue Benassi, «che gli Pfas sono contenuti anche nelle schiume utilizzate per spegnere gli incendi». Un ampio campo di uso che si unisce alle caratteristiche delle sostanze: «Altamente idrosolubili» continua il commissario Arpav, «e persistenti. Le sostanze Pfas sono inserite nel registro Reach (che elenca le 30.000 sostanze chimiche in commercio, ndr), e non possono avere origine naturale», come invece poteva essere per il mercurio.
Ma c’è di più. «Se vi sono dei limiti stabiliti per la presenza di Pfas nel sangue delle persone», evidenzia il dirigente Arpav, «non ci sono per quanto concerne la loro presenza nelle acque sotterranee». Le concentrazioni di queste sostanze nelle acque idonee al consumo umano infatti non sono ancora definite e non esistono limiti di concentrazione a cui fare riferimento. Come se non bastasse poi, queste sostanze non sono incluse dalla normativa vigente fra i parametri da ricercare nelle acque potabili. «È ancora impossibile quindi stabilire una relazione diretta tra inquinamento naturale e livelli di allerta riscontrati nel fisico».
Su questo tema insiste anche l’ordine dei geologi: «Questi contaminanti non sono normati per le acque sotterranee, ma sono un problema attuale. La comunità scientifica studia moltissimi nuovi composti potenzialmente contaminanti, ma se questi non vengono inseriti nelle tabelle di riferimento per le acque sotterrane e per le acque ad utilizzo idropotabile, non verranno ricercati». E il problema fondamentale sta proprio qui. «Si finisce per scoprire il problema solo quando questo si è già manifestato e diffuso a scala provinciale o regionale», come avvenuto nel caso dei Comuni vicentini, «e la normativa non dà indicazioni su come intervenire qualora vengano individuati». Si procede in base al protocollo sanitario, per quanto riguarda le persone, e facendo campionamenti, per quanto riguarda l’ambiente, ma i due campi restano distinti.
L’ordine dei geologi evidenzia, inoltre, una contraddizione: «Le acque sotterranee seguono, dal punto di vista normativo, tre riferimenti differenti: acque sotterranee, acque potabili e acque minerali. I limiti di legge per le varie tipologie di acque sono molto diversi: ipoteticamente la medesima acqua con il medesimo chimismo potrebbe essere conforme alla legge per la potabilità, ma contaminata per quella per le acque sotterranee». Un problema che, a detta dei geologi, «non aiuta l’utente ad avere chiarezza su cosa sta bevendo. Ci si chiede quanto tempo ancora dovrà passare perché si spinga verso uno studio scientifico approfondito dei propri Acquiferi regionali», conclude l’ordine, «per trovarsi già pronti nel caso, non remoto, che compaia qualche altro nuovo contaminante oltre ai Pfas, come le sostanze radioattive presenti nelle acque sotterranee destinate al consumo umano».
L’Istituto superiore di sanità ha rassicurato sulla mancanza di un rischio immediato per la popolazione esposta, ma a scopo cautelativo ha consigliato l’adozione di misure di trattamento delle acque potabili, come l’uso di filtri. (f.d.w.)
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