La rabbia di Stefanel «Giocano con le persone»

Un fiume in piena. Bepi Stefanel non ci sta. Quanto è avvenuto in Friuli – dove il suo nome è stato cancellato dal primo posto della lista al Senato in un turbinoso weekend di rivolta del partito – lo ha fatto arrabbiare. Perché continua a ripetere che è stato lui il primo a rinunciare, tre giorni prima. «L’ho detto a Tondo, chiaro e... tondo, giovedì: guarda che ci ho pensato su, non mi candido. Lo sapeva benissimo. E continuo a non capire quanto è successo dopo. Sono incazzato, sì. L’ ho chiamato per un gesto di cortesia, dopo l’offerta fattami. E poi finisce che quando ho visto i giornali, ho mandato una smentita. E ho mandato tutti a quel paese. Per me era faccenda chiusa da tre giorni»
Il suo nome forse faceva comodo a chi voleva fare battaglia sulle liste inizialmente predisposte. O ha fatto gioco nelle lotte intestine del Pdl. È certo che domenica il partito friulano ha rischiato l’esplosione.
«Non lo so e non mi interessa quel che è avvenuto dentro il partito. Se pensano di giocare con le persone, non ci sto. E sono in pace con la mia coscienza: ci avevo pensato la notte fra mercoledì e giovedì. A Tondo ho detto proprio: non ti preoccupare, non mi candido. Dunque non sono mai stato candidato. E gliel’ho ribadito ancora sabato, di fronte al clamore. Ho una parola sola, chi mi conosce lo sa. Avrò tanti difetti, ma non la mancanza di franchezza: pane al pane e vino al vino»
Ammetterà però che, prima in Veneto, e poi in Friuli, lei era non solo un candidato, ma il nome di peso cui assegnare un posto blindato. E il volto nuovo simbolo di un rinnovamento.
«Sono stato contattato e avvicinato da diversi partiti, non solo dal Pdl. E la cosa, non posso negarlo, mi ha lusingato. Ma siccome il Parlamento è un impegno serio, a un certo punto non ho visto più le premesse per farlo, e ho declinato».
Cosa l’ha spinta a rinunciare?
«Vedo un gran casino, in politica, e un singolo imprenditore per quanto motivato, non ha modo di incidere. Non vado a fare il peone. Lì bisogna essere un gruppo, anche trasversale, che scenda in campo in maniera ampia per dare un contributo serio e qualificato. Perché siamo all’emergenza, vera. E in due o tre, per quanto bravi, non si cambia la musica».
Sta usando parole forti. E invoca un cambiamento, anche di personale politico, che non si vede nella realtà, e non solo per il Porcellum.
«Da imprenditore sono uomo concreto. Dobbiamo lottare con un mercato difficile, da 15 anni l’Italia perde quote di mercato. Si dovrebbe fare il bene del paese, rimboccandosi le maniche e dando un taglio a un certo schema di classe politica, quella delle prebende e dei superstipendi».
Se però la società civile fa un passo indietro, altro che rinnovamento. Resta la casta.
«Quanto accaduto attorno al mio nome lo dimostra, siamo a un livello di lotte bassissime. Non me ne frega nulla di entrare in queste situazioni. Attendo il voto, confido in un governo stabile che parli di sviluppo, altrimenti non ci risolleviamo. Le imprese hanno bisogno di certezze e prospettive. Ma questa classe pensa solo a obiettivi di breve termine».
Facciamo finta non sia successo nulla. Lei entra in Parlamento. Cosa prevede l’agenda Stefanel?
«Efficienza della pubblica amministrazione e sviluppo sono le priorità».
Ma all’amico Galan che l’ha lanciata in questa centrifuga, cosa dice? Magari a caccia...
«L’amicizia è sacra, soprattutto quella di caccia. Non ce l’ho con lui, so che voleva farlo per rinnovare il partito. Mi spiace, alla fine ho avuto ragione io».
Stefanel, adesso nel Pdl molti dicono che forse era meglio blindarla in Veneto.
«Ripeto. Di quello che è avvenuto dentro il partito non so. Ma poi cosa vuol dire Veneto o Friuli? Non mi sono mai posto il problema in questi termini, anche in Friuli ho negozi e attività. Il problema vero è un altro: dobbiamo sfidare il mondo, e stiamo ancora a guardare parrocchie ed orticelli. Dove pensiamo di poter arrivare, così?».
In futuro ci ripenserà?
«Non so, vediamo cosa succede il 25 febbraio. È una fase di transizione, vedremo il responso degli elettori».
E il possibile ruolo degli imprenditori?
«Per dare un contributo può servire scendere in campo. In tutti gli schieramenti. Ma in modo serio. E ricordo ai politici, che noi imprenditori, almeno quelli seri, non abbiamo bisogno né di stipendi né di prebende»
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