Sesso sì, sfruttamento no Il giudice assolve il privé

Casale, la Procura ha archiviato le accuse a carico dei titolari del circolo Rio Club L’uomo sorpreso nudo e i preservativi non dimostrano prestazioni a pagamento

di Sabrina Tomè

CASALE

Per i carabinieri che lo scorso giugno hanno fatto irruzione al Rio Club di via Nuova Trevigiana a Casale trovando un uomo nudo a letto con una sudamericana e un altro scalzo avvinghiato a una seconda, piacente, ragazza, quel privé in pieno centro era in realtà una casa d’appuntamenti. Per gli inquirenti che hanno archiviato il caso, invece, si trattava solo di un club privato all’interno del quale i soci - proprio perché privato - possono fare quello che vogliono, sesso libero compreso. Nessuna prova - secondo la magistratura - che si trattasse di un bordello e venisse violata la legge Merlin. L’uomo nudo ha dichiarato infatti di non aver pagato per il rapporto con la sudamericana, ma di aver saputo da un amico che la prestazione veniva saldata al termine, alla cassa. In quel caso, però, i carabinieri sono arrivati troppo presto, a prestazione ancora in corso. Nessuna prova, dunque, che venisse praticato lo sfruttamento della prostituzione. Ma c’è un secondo elemento che ha convinto la Procura di Treviso a non contestare alcun reato ai due titolari, Ugo Bozza di Portogruaro e Lorenzo Borga di San Donà di Piave. Si tratta dei preservativi, una delle prove per qualificare come tale una casa d’appuntamenti: i carabinieri li hanno sì trovati, ma nelle borsette delle sudamericane e non nel club. Il che, sostengono gli inquirenti, significa che le signorine hanno evidentemente una vivace vita sessuale, ma non prova lo sfruttamento della prostituzione.

In definitiva non c’erano elementi sufficienti per sostenere in aula l’incriminazione contro i legali rappresentanti del Rio Club e per dimostrare che quella era una frequentatissima casa d’appuntamenti, secondo le accuse dei carabinieri di Venezia.

Gli investigatori avevano provato a entrarci lo scorso maggio, ma erano stati messi alla porta: si erano presentati in abiti civili e senza la tessera di soci. Un mese dopo, a giugno, erano tornati in azione stavolta in divisa e con un mandato di perquisizione, nell’ambito dell’operazione denominata «Notti veneziane». Gli investigatori avevano trovato le due sudamericane, una a letto con un trevigiano, l’altra impegnata in effusioni con un secondo uomo. I due presunti clienti erano stati interrogati, ma le loro dichiarazioni, verbalizzate, sono state ritenute troppo deboli per provare qualsiasi reato a carico dei legali rappresentanti difesi dall’avvocato Stefania Bertoldi.

Riproduzione riservata © Tribuna di Treviso