Condannato per una rapina, fa scattare il falso allarme: «C’è una bomba in tribunale»

Telefonò al 113 annunciando un’esplosione e provocando l’evacuazione del palazzo di giustizia di Treviso. A processo un 37enne di Zero Branco: il giudice ha disposto una perizia psichiatrica

Marco Filippi
Allarme bomba in tribunale
Allarme bomba in tribunale

Nell’ottobre di tre anni fa chiamò di mattina la sala operativa della questura di Treviso, dicendo di essere un pakistano e avvisando che alle 11 di quel giorno sarebbe scoppiata una bomba in tribunale a Treviso.

Peccato che, nonostante il numero schermato, avesse usato il proprio cellulare venendo così presto identificato e denunciato per procurato allarme. Si trattò dell’ennesimo falso allarme bomba, l’ultimo in ordine cronologico al tribunale di Treviso.

Tutto il personale e i cittadini furono costretti a uscire, le udienze vennero interrotte e sul posto arrivarono gli artificieri che, naturalmente, non trovarono nemmeno l’ombra dell’ipotetico ordigno.

Per quel fatto un cittadino di Zero Branco, 37 anni, G.G.T. (difeso dall’avvocato Andrea Zambon) è finito a processo dopo essersi opposto al pagamento di un decreto penale di condanna di 250 euro di ammenda. In passato era stato condannato per una rapina a una ferramenta di Mogliano, dove era andato per comparare un cutter e, non appena gliel’avevano dato, l’aveva rivolto contro i proprietari del negozio per farsi dare i soldi.

Nel corso dell’ultima udienza, il giudice Alice Dal Molin ha disposto una perizia psichiatrica per stabilire se l’imputato fosse capace d’intendere e volere al momento del fatto, affidando l’incarico allo psichiatra trevigiano Alberto Kirn. Il fatto risale al 24 ottobre del 2023 quando, verso le 10.30 alcune pattuglie della polizia arrivarono al palazzo di giustizia di Treviso per avvertire di evacuare il tribunale. Poco prima, infatti, alla centrale operativa del 113 era stata fatta una telefonata, da un sedicente pakistano, che avvertiva della presenza di un ordigno, che sarebbe scoppiato alle 11 in punto.

Una telefonata durata pochi secondi ma gli agenti hanno avuto modo di geolocalizzarla quasi in tempo reale: era stata fatta dalla provincia di Pordenone. A quel punto scattò la procedura di evacuazione dell’intero edificio. Gli uscieri, le guardie giurate e via via i vari responsabili degli uffici amministrativi fecero allontanare, anche dalle uscite di sicurezza, tutte le persone che si trovavano in tribunale.

In una decina di minuti l’intero palazzo di giustizia era vuoto. Dai giudici agli amministrativi, dagli avvocati agli utenti. Alle 11, ora fatidica, non scoppiò nulla. Come previsto, anche perché per accedere in tribunale, da alcuni anni a questa parte, si passa attraverso un rigido sistema di controllo, attuato da guardie giurate e personale della portineria, dotati di metal-detector e telecamere a infrarossi per vedere gli oggetti nelle borse.

Sul posto, come da prassi, furono fatti intervenire gli artificieri della polizia di Stato da Venezia che setacciarono uffici e garage del tribunale, senza riscontrare nulla di anomalo.

 

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